Subappalto. Come non si modificano le leggi per non fare dei disastri

La conversione in Legge n. 134/2012 del c.d. Decreto Crescita (D.L. 83/2012) è stato inserito nel maxi-decreto l’art. 13-ter “Disposizioni in materia di responsabilità solidale dell’appaltatore”, che è andato a modificare il testo dell’articolo 28, comma 35 del D.L. 223/2006, c.d. “Decreto Visco-Bersani”.

Per il committente e per l’appaltatore l’obbligo di verificare l’esecuzione del corretto versamento delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e dell’IVA da parte dell’appaltatore o del subappaltatore; l’esclusione dalla responsabilità solidale solo se l’appaltatore/committente acquisisce idonea documentazione attestante che i versamenti fiscali, scaduti alla data del pagamento del corrispettivo sono stati correttamente eseguiti.

Abbiamo già espresso la nostra opinione sul fatto che in uno Stato moderno (con un carico fiscale molto elevato) questi sono servizi generali che lo Stato mette a disposizione della collettività.

Questa semplice modifica sta creando molti disagi a tutte le aziende ed al corretto funzionamento dei pagamenti. L’ azienda committente blocca i pagamenti, fino a quando l’ azienda in appalto, non fornisce le opportune dichiarazioni attestante il versamento dei contributi. Carta su Carta su Carta su Carta.

Facciamo una stima. In Italia ci sono circa 4.000.000 di aziende. Supponiamo che solo la metà sia coinvolta nell’ aggravio di burocrazia per questa norma. Due ore ad azienda (che consideriamo sottostimate), ad un costo lordo aziendale di 25 Euro.

Il costo per il codicillo (a nostro parere costo sottostimato) è di circa 100.000.000 di Euro. 100 Milioni di Euro.

Costo per imperizia giuridica.

Proposte

L’ amministrazione ha tutti gli elementi informativi per capire se una azienda ha effettuato il versamento dei contributi. Integrando i dati degli organici (noti all’ amministrazione pubblica) con i contributi per dipendente (o collaboratore) calcolabili da dati da chiedere alle aziende, è possibile immediatamente capire se i versamenti sono congrui, e nei tempi corretti.  Non dopo 6 mesi. Ma dopo 15 giorni.

Come in altri paesi esteri, sarebbe sufficiente bloccare tutti i conti correnti alle aziende che non pagano i contributi entro un mese.

La proposta è da raffinare tecnicamente, e ad approfondire sotto il profilo giuridico, ma permetterebbe di risolvere un punto dolente.

Questa proposta risolverebbe un alto scandalo ben più grave.

Molte aziende in difficoltà tendono a non versare i pagamenti dei contributi, anche se le sanzioni anche penali sono gravi  (http://www.inps.it/portale/default.aspx?itemdir=6240). Questo produce danni ai dipendenti che oltre che senza lavoro, spesso si trovano anche senza parte della pensione (http://www.soldielavoro.it/network/diritto-lavoro/stipendi-non-pagati-e-contributi-non-versati.html).

 

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Legge di stabilità: rideterminazione del valore. Cosa non viene detto e che fa parte dello scandalo.

Esistono alcune notizie molto tecniche che vengono trascurate  dai giornali e non hanno molto eco.

In realtà sono veri e propri scandali che passano stranamente sotto silenzio. Anche perchè gli immobili li hanno  sia i partiti, sia i sindacati, sia le varie associazioni…

La L. 228/2012 (Legge di stabilità 2013) al comma 473, ha riaperto il termine per la rideterminazione del valore delle partecipazioni in società non quotate ex art. 5 della L. 448/2001 e dei terreni, posseduti non in regime d’impresa, agli effetti della determinazione delle plusvalenze di cui all’art. 67 del TUIR.

Uscendo dal linguaggio burocratico, spieghiamo in soldoni.

Supponiamo di avere un terreno (o una società o un immobile). Il terreno è lì da parecchi anni. E’ stato acquistato a  50.000 euro, tanti anni fa. Con il tempo il terreno si rivaluta. Per esempio 1.000.000 di Euro.

La plusvalenza di Euro 950.000 euro dovrebbe essere tassata al 20% per le plusvalenza dei capitali e alla aliquota marginale Irpef per i terreni (se non erriamo). Arrotondiamo e diciamo che sul guadagno di 950.000 euro, dovremmo pagare 190.000 euro (almeno).

Applichiamo la formula magica :

La L. 228/2012 (Legge di stabilità 2013) al comma 473, ha riaperto il termine per la rideterminazione del valore delle partecipazioni in società non quotate ex art. 5 della L. 448/2001 e dei terreni, posseduti non in regime d’impresa, agli effetti della determinazione delle plusvalenze di cui all’art. 67 del TUIR.

e magicamente, possiamo pagare il 4% di 950.000 euro. Cioè 38.000 euro. Cioè circa 150.000 euro in meno. Non poco.

Chi governa ha responsabilità di agire per l’ equità sociale e fiscale. Certe leggi NON devono uscire.

Le rendite da capitale non possono essere così privilegiate, rispetto alle rendite da lavoro.

I politici parlano di patrimoniale e poi detassano i redditi (REDDITI) da plusvalenza di capitale.

Proposta

E’ necessario uniformare la politica fiscale equiparando i trattamenti e conservando i trattamenti fiscali nel corso del tempo.

Non è possibile avere differenziazioni così ampie di trattamento fiscale. Non si chiamano condoni, ma ugualmente non agevolano il rapporto fra fisco e cittadino.

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Caso di Studio. Programma per la regione Lombardia. Umberto Ambrosoli

Al seguente indirizzo (http://www.ambrosolilombardia2013.it/progetto/) è possibile scaricare il programma del progetto per la Regione Lombardia del candidato Umberto Ambrosoli.

Il programma di progetto è molto ben strutturato e ben argomentato. Uno sforzo importante, compiuto in poco tempo e con il contributo di molte persone.

In particolare ci vogliamo concentrare su questo documento : http://www.ambrosolilombardia2013.it/wp-content/uploads/2013/01/Allegato-originale-gruppo-Mobilità.pdf

che si occupa specificatamente di mobilità (una delle linee guida del programma di Umberto Ambrosoli) e connesso anche all’ inquinamento ed in generale alla qualità della vita.

Sono ben delineati gli obiettivi strategici.

A. Principi, obiettivi strategici e ambiti di intervento

servizi efficienti e infrastrutture di qualità, migliorando rispetto alla situazione ereditata la

qualità della vita, con un recupero di efficienza ed un risparmio di denaro pubblico

Come obiettivo viene definito un recupero di efficienza ed un risparmio di denaro pubblico. Questo elemento introduce aspetti di misurabilità importanti (riduzioni della spesa). Non tutte le schede del progetto sono orientate ad elementi di risparmio della spesa pubblica, indicando in alcuni casi la necessità di rivedere i parametri del patto di stabilità. In generale riteniamo che il patto di stabilità e la riduzione della spesa pubblica sia una necessità. Questo punto che richiama efficienza e risparmio di denaro pubblico è un rimando particolarmente importante.

Bisogna superare la rivendicazione generica di una maggiore “dotazione di infrastrutture”con interventi mirati di integrazione delle reti e dell’offerta di servizi.

Anche in questo caso è particolarmente importante il puntare alla integrazione delle reti e dei servizi. Infatti la problematica Italiana (o almeno di parte dell’ Italia) non è sulle dorsali, ma essenzialmente sulla integrazione (intermodalità http://it.wikipedia.org/wiki/Trasporto_intermodale) fra le varie componenti di trasporto.

garantendo soprattutto i cittadini lombardi meno abbienti e che sono esclusi dalle rendite immobiliari

Anche in questo caso un richiamo ai valori di trasporto per il cittadino.

Si deve recuperare efficienza e produttività nella spesa pubblica del settore al fine di liberare risorse che possono essere destinate all’espansione e all’evoluzione del settore stesso e, conseguentemente, alla crescita economica e al miglioramento della qualità della vita dei cittadini

Anche in questo caso un richiamo al recupero dell’ efficienza e della produttività. Come sostenuto anche in altri articoli, riteniamo (fino a prova contraria) che una delle cause della nostra crisi è data da un eccesso di spesa pubblica improduttiva. Ogni direzione verso la maggiore efficienza e calo nella spesa pubblica è da vedere in termini positivi.

Pianificazione, regolazione e incentivazione dei servizi e delle infrastrutture non richiedono la proprietà e il monopolio regionale delle gestione, che creano conflitti di interesse e distorcono le scelte politiche. La Regione deve sfruttare, nelle modalità appropriate, i benefici derivanti dal confronto concorrenziale.

Richiamo ad un sistema misto pubblico – privato che può instaurare meccanismi di competitività e concorrenza positiva su tutto il mercato. Il sistema esclusivamente privato si rivela NON efficiente (per esempio si indica l’ incidenza del PIL delle spese sanitarie negli Stati Uniti). Ugualmente un sistema esclusivamente pubblico non è soggetto a quei confronti che portano il pubblico ad erogare servizi senza efficienza e senza qualità. In un sistema misto è però necessario aumentare il controllo, la misurazione e la trasparenza negli appalti e nei contratti. Punto centrale per un corretto funzionamento del sistema.

Trasformare il trasporto ferroviario regionale in un moderno “trasporto rapido di massa”, analogo a quello delle altre metropoli (con nuovi modelli di esercizio, maggiore e migliore disponibilità di materiale rotabile, adeguata accessibilità stradale alle stazioni, efficienti ed attrattive aree di interscambio). La Regione varerà contratti di servizio che incentivino maggior puntualità e maggior confort dei treni, senza gravare ulteriormente sulle finanze pubbliche. È necessario anche promuovere la ri-contrattazione con RFI delle regole di circolazione al fine di liberare capacità sulla rete lombarda e, soprattutto, nel nodo di Milano, rendendo così più veloci e regolari i servizi per i pendolari.

Oltre all’ accenno al raggiungimento di obiettivi di maggior confort (con il rimando al recupero di efficienza e quindi senza incrementi di spesa), si rimanda alla ricontrattazione RFI. Pur non essendo specificato nel dettaglio le azioni da effettuare, il riferimento alla capacità della linea Ferroviaria è un indicatore importante. Dal punto si può interpretare la volontà di agire su RFI per permettere una maggior accesso alla rete da parte di operatori terzi, aumentando la concorrenza sulla stessa rete (che è uno dei problemi ancora presente in Italia).

Utilizzare tutte le potenzialità della concorrenza regolamentata, cioè bandire gare per lotti relativamente ridotti di servizi, cui possano partecipare aziende di ogni dimensione, sia nel settore ferroviario che in quello degli autobus. Programmazione integrata dei servizi non significa gestione monopolistica e neppure bacini di traffico molto grandi (come quelli voluti dalla Legge regionale di settore, che andrà modificata), inevitabili preda degli operatori esistenti.

Questo punto indica un aspetto molto importante che è quello della suddivisione della spesa per lotti, evitando una concetrazione su pochi operatori dei capitoli di spesa. In un mercato perfetto la suddivisione della spesa dovrebbe essere meno competitiva rispetto ad una maggiore economia di scala. Il problema è che la concentrazione dei soggetti porta ad un monopolio di fatto che rende i servizi meno efficienti e meno sottoposti alla concorrenza. Questo punto quindi diventa importante per introdurre concetti di concorrenza e confrontabilità. In questo caso diventa importante trovare l’ equilibrio fra frammentazione (che porta disefficienza) e concentrazione (che porta monopolio).

La Regione esigerà la valutazione indipendente – condotta secondo i migliori standard internazionali – di tutte le opere infrastrutturali localizzate sul territorio lombardo

Anche in questo caso un richiamo a criteri di valutazione esterna. A nostro parere la valutazione dovrebbe anche essere estesa all’ erogazione dei servizi di mobilità e non solo alla parte puramente infrastrutturale.

In Lombardia non c’è bisogno di nuovi hub, né di nuove piste.

Un richiamo nuovamente al fatto che le infrastrutture sono comunque sufficienti, ma è necessario integrarle ed efficientarle. Tutti questi elementi introducono un concetto innovativo nella politica italiana che si è sempre dichiarata favorevole a nuovi investimenti, piuttosto che alla razionalizzazione di quelli già esistenti. Fra l’ altro le piccole opere di interconnessione (le vere assenti in Italia) hanno una maggiore probabilità di condurre effetti positivi sul PIL locale e nazionale. Il maggior frazionamento delle opere, distribuite fra più soggetti, dovrebbe portare una maggiore ricaduta distributiva sulla economia.

Analisi del quadro generale

Secondo una recente indagine della Banca d’Italia, la Lombardia, la più ricca regione italiana, presenta un indice di accessibilità non particolarmente elevato tra le regioni italiane.

 Dal punto di vista metodologico, riteniamo importante in tutte le dichiarazioni, una maggiore attenzione alla citazione delle fonti. Un aspetto secondario se vogliamo, ma che va nella direzione di una più facile rintracciabilità delle informazioni e quindi della trasparenza.

con le politiche fiscali (spostando il carico fiscale dal possesso dell’auto e dalle accise sui carburanti all’uso delle strade questo oggi molto facilitato dalle tecnologie)

In questo caso sarebbe interessante capire gli aspetti teorici legati a questa affermazione. In linea di principio condivisibile, ma anche con effetti sulla circolazione di beni e persone che potrebbe non essere trascurabile.

È quindi necessario riprogrammare i servizi, così da evitare duplicazioni ingiustificate e da sfruttare al massimo la complementarietà tra modi. Allo stesso tempo occorre prendere atto che in Italia (e la Lombardia in questo non fa eccezione) i costi operativi unitari del TPL sono i più alti d’Europa (insieme alla Francia), con una produttività del lavoro mediamente del 25% inferiore a quella europea; ricavi da traffico del 33% inferiori e contributi pubblici unitari (in conto esercizio) del 40% superiori.

 Non sarebbe male una indicazone delle fonti. Questo punto è però un elemento importante di misurazione che consideriamo molto positivo. In generale queste differenze sono particolarmente importanti per identificare la nostra competitività sul piano Europeo e diventano una delle cause della crisi che ci attanaglia.

Al contempo, in Italia, l’incidenza della logistica sui prezzi finali dei prodotti è praticamente il doppio degli altri paesi (ed arriva al 30% nella filiera agroalimentare), ed efficientare la logistica è un modo per dare competitività alle imprese e sviluppare i consumi.

Attraverso un sistema, concordato con le categorie interessate, di incentivi, disincentivi ed evolute dotazioni tecnologiche, sono oggi maturi i tempi per avviare alcune linee di intervento prioritarie che sono sintetizzabili:

– nella limitazione (innanzitutto) del traffico di autovetture nelle aree dense;

– nell’ottimizzazione dei circuiti di raccolta e distribuzione dei prodotti con un incremento degli indici di carico ed una riduzione dei veicoli merci in ingresso;

– nella limitazione del conto proprio(diseconomico e con un parco arretrato), incentivandone la conversione al conto terzi;

Un elemento importante sul quale concordiamo è l’ utilizzo fiscale come leva di governo per raggiungere obiettivi di efficienza. Usualmente la parte fiscale viene utilizzata come modo per sanare buchi di bilancio. L’ utilizzo fiscale basato su driver di sviluppo (economico, sociale, green) è un approccio che dovrebbe essere esteso in ambiti più ampi e che abbiamo più volte citato come esempio virtuoso per raggiungere obiettivi importanti.

Il documento, nel suo complesso, appare molto ben articolato e non potrebbe essere diverso vista la competenza degli autori.  Abbiamo indicato alcuni suggerimenti ed anche aspetti collegati alla innovazione di certe impostazioni comunicative abbastanza atipiche rispetto al dibattito politico tradizionale. Naturalmente la impostazione rigorosa degli autori (collaboratori della Voce.info) si ritrova nel documento.

Come indicazioni potremmo permetterci di segnalare :

1) manca lo stato dell’ arte con indicazione quantitativa e qualitativa sulle aree più importanti.

2) manca l’ indicazione degli attuali capitoli di spesa sul bilancio regionale.

3) mancano i riferimenti puntuali dei dati forniti. Il documento anche se è un programma di carattere elettorale, potrebbe fornire in allegato una bibliografia più spinta con riscontri più semplici.

Apprezziamo invece la discontinuità sulla ricchezza dei contenuti rispetto ad altri esempi di programma. L’ accenno documentato a fattori numerici. L’ approccio metodologico rivolto alla richiesta di maggiore efficienza, piuttosto che a sempre maggiori risorse.

Risulta anche molto importante il fatto che molte affermazioni presenti nel documento, potranno essere riscontrate nella effettiva realizzazione e quindi i punti evidenziati non sono generiche affermazione di principio ma specifici interventi.

Tutto considerato, diamo un giudizio molto positivo a questa elaborazione.

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Euro si, euro no. Terze vie. Molti dubbi.

DeterminAzione si occupa di fornire informazioni che speriamo ragionate e fuori da pregiudizi.

Prima di effettuare proposte è necessario avere una idea precisa delle cose di cui si sta parlando.

Su Internet ed in politica (Movimento cinque stelle, Lega, formazioni dell’ area Sinistra) si sta diffondendo un dibattito riguardante l’ uscita dell’ Euro.

In questo articolo vogliamo fare un punto della situazione.

Ogni dibattito che avviene sotto traccia e non evidenziato nei media più tradizionali, rischia degenerazioni populiste pericolose.

Stato dell’ arte

Semplificando molto i ragionamenti, si suddivide il dibattito in due grandi temi.

1) Euro si / Euro no.

2) Europa si / Europa no.

Il tutto si traduce in :

Euro si / Europa si, Euro no / Europa si, Euro no / Europa no.

In questo articolo ci concentriamo su aspetti riguardanti la moneta, il caso italiano ed alcuni dati che pongono domande. Trascureremo il dibattito Europa si / no.

Non abbiamo pre-giudizi su alcuna delle teorie, ma ci preoccupiamo di raffrontare i dati e porci degli interrogativi.

Il sonno della ragione genera mostri (come più volte sostenuto) ed i dati vanno analizzati in tutte le loro complessità.

Approcciamo il tema con umiltà, ma richiediamo che le idee di altri siano portate con motivazioni teoriche approfondite e da riscontri su dati macroeconomici metodologicamente corrette.

Trasportare le folle su idee facili è storicamente lo strumento più potente del potere.

Un altro rischio pericoloso è quello di difendere le Nostre idee, non perchè giuste, ma perchè Nostre. Il valore simbolico delle nostre idee è ugualmente pericoloso di quanto sia pericoloso seguire acriticamente le idee di altri.

Da parte nostra possiamo dire che il nazionalismo è di per se pericoloso. Il rispetto della cultura e della identità vanno preservate in un contesto di universalità.

Quindi siamo Europeisti (con le giuste regole e con dignità ed autorevolezza delle nostre istituzioni).

In quanto all’ Euro :

Uscita dall’ Euro

L’ uscita dall’ Euro è sostenuta da varie correnti di pensiero, non solo da parte di elementi populisti, ma anche da correnti economiche suffragate da competenze economiche importanti.

Il dibattito quindi non deve essere ridotto a pura speculazioni demagogiche, ma ha radici tali da essere approfondito.

In particolare, alcuni economisti (di primaria importanza) sostengono che l’ Area Euro non costituisca una Area Valutaria Ottimale.

http://it.wikipedia.org/wiki/Area_valutaria_ottimale

Le tesi sostenute sono coerenti, ben approfondite e sostanzialmente condivisibili. Ci permettiamo di dire che il dibattito quindi si ramifica ulteriormente, introducendo una domanda. Quale azioni vanno introdotte per migliorare l’ integrazione europea ed un più corretto funzionamento della moneta Euro ?

Quando si segue una tesi è necessario però andare a trovare riscontri fattivi. Confrontare i dati con altre realtà. Capire se le azioni proposte possono migliorare la situazione, oppure lasciare inalterate le cause vere.

Una delle tesi sostenute è quella che abbandonare l’ Euro riporterebbe la possibilità di svalutare la moneta locale (gestita dalla banca centrale italiana) e quindi riportare competitività alle aziende (italiane in questo caso). Rilanciare l’ occupazione, far ritornare il benessere.

Il caso italiano. L’ eccezione che conferma la regola. Oppure no ?

Abbiamo analizzato i dati del caso italiano e vorremmo sollevare alcuni dubbi.

1) Uscire dall’ Euro, rappresenta una soluzione per i nostri problemi ?

2) Le aziende italiane chiudono per colpa dell’ Euro ?

3) I consumi calano per colpa dell’ Euro ?

4) La spesa pubblica è buona a prescindere ?

Non vorremmo semplificare troppo le cose. Ma crediamo centrale rispondere a queste domande.

Ricordiamo infatti che alcune tesi sull’ uscita dell’ Euro, sostengono che il debito pubblico non è rilevante nella crisi economica e seguendo le teorie di Keynes che anzi è sempre positiva.

Usciamo dall’ Euro e potremo spendere come vogliamo per rilanciare l’ economia. (semplificazione delle tesi più populiste)

Spesa pubblica e rapporto con il PIL.

Si riportano in allegato i dati della spesa pubblica (Conto Economico consolidato delle Amministrazioni Pubbliche). I dati sono in Euro Correnti. Cioè, se non erriamo, depurati dalla componente inflazione.

I dati sono scaricabili dal sito dell’ Istat (http://www.istat.it/it/archivio/78376) e sono stati elaborati con semplici formule in Excel.

Primo dubbio.

1) La spesa per interessi è sostanzialmente stabile.

Voci economiche 1990      2000      2011       2011/1990    2011/2000 08/90 08/00
Interessi passivi 70.727  74.864   78.225                  1,10                1,04      1,10     1,04

E’ sostanzialmente stabile dal 1990, con un incremento dal 2009 / 2011, dati dal noto shock sul PIL.
Il rapporto spesa per interessi 2008/2000 è di 1,04. Quindi praticamente nulla.
Quindi la spesa per interessi è una componente la cui incidenza è sostanzialmente stabile.

2) Le altre spese sono in costante ascesa. La spesa è fuori controllo.

Riteniamo che questo (entreremo poi nel merito) sia la causa maggiore (non l’ unica) dei nostri problemi.

Voci   economiche 1990 2000 2011 2011/1990 2011/2000 2008/1990
Redditi da lavoro dipendente 85.618 124.306 169.501 1,9797 1,3636 1,9797
Acquisto di beni e servizi   prodotti da produttori market 18.044 27.541 44.593 2,4713 1,6191 2,4713
Spesa per consumi finali 141.146 219.196 323.397 2,2912 1,4754 2,2912
Prestazioni sociali in denaro 105.402 195.506 305.133 2,8949 1,5607 2,8949
Consumi intermedi 34.762 58.727 91.273 2,6257 1,5542 2,6257

Le spese per i consumi finali della pubblica amministrazione, per esempio, passano da 141.446 Milioni di Euro nel 1990 a 323.397, già considerando le rettifiche per l’ inflazione e quindi a valori omogenei.

Il personale passa da 85.618 Milioni del 1990 a 169.501 Milioni nel 2011.

Non ci pare che nel 1990 i servizi erogati dalla pubblica amministrazione (non considerando naturalmente le migliorie tecnologiche) siano migliorati.

La spesa pubblica è impazzita. A valori correnti è raddoppiata e quindi ci si aspetterebbe un raddoppio dei servizi.

Invece stiamo assistendo all’ esatto contrario. Una spesa raddoppiata ed una continua discesa delle erogazioni dei servizi della pubblica amministrazione.

In tutto questo l’ Euro non ha influenza. L’ unica influenza è nel tasso di inflazione (già tolto dai dati in quanto i numeri sono a valori correnti), e negli interessi (sostanzialmente stabili).

Il Pil. Cosa cresce e cosa cala.

Analizziamo quindi il PIL. Non entriamo nel già segnalato rapporto fra PIL ed indicatori di benessere. Possiamo semplificare dicendo che un aumento del PIL dovrebbe corrispondere mediamente ad un aumento medio della ricchezza reale ed effettiva di una nazione.

La nota equazione economica :

Y=C+G+I+(X-M)

Dove Y è il PIL.

C sono i consumi finali.

G è la spesa pubblica.

I sono gli investimenti

X- M è il saldo delle partite correnti.

Alcuni sostengono che diminuire G vuol dire diminuire il PIL. Questa affermazione non tiene conto che G, C, (X-M) non sono variabili indipendenti (http://it.wikipedia.org/wiki/Variabili_dipendenti_e_indipendenti). Cosa significa che due variabili sono dipendenti ? Facciamo un esempio. La cilindrata di un motore (e quindi in qualche modo la sua potenza) ed il costo della macchina sono variabili dipendenti. Viceversa forse gireremmo tutti in Porche ed aumenterebbe l’ inquinamento ed anche gli incidenti stradali. Il livello di piogge in un anno è invece indipendente dal numero di auto in circolazione sull’ autostrada A1.

G è un saldo che ingloba anche la parte fiscale. Quindi all’ aumento di G, aumenta di conseguenza il carico fiscale che influenza negativamente sia C, ma anche (X-M).

C è il consumo di beni e servizi. Se il carico fiscale aumenta, di conseguenza C cala, perchè cala il reddito disponibile ( per esempio è possibile consultare alcune slide presenti all’ indirizzo http://share.dschola.it/polotecnicobraidese/IntranetGuala/Formazione/MATERIALI%204B%20DIRITTO%20ED%20ECONOMIA%20POLITICA/25-Modello_keynesiano-settore_reale.pdf)

Molte posizioni citano Keynes per supportare la spesa pubblica, ma tutto lo studio di Keynes è impostato su un utilizzo della spesa pubblica in funzione anticiclica e quindi per periodo di tempo limitata. Nel caso italiano la spesa pubblica non ha funzione anticiclica, ma ciclica e storica (sono 30 anni che spendiamo più di quello che incassiamo, con forte ricorso al debito).

(X-M) è il saldo delle partite correnti (escluso quindi il movimento di capitali di breve, medio e lungo periodo). Anche questo valore è influenzato dalla spesa pubblica, tramite le imposte. La spesa pubblica deve essere finanziata tramite le imposte che possono a loro volta influenzare la nostra capacità di competere all’ estero. Non solo quindi l’ Euro incide sulle partite correnti, ma anche e sopratutto il carico fiscale.

Inoltre chi sostiene che la spesa pubblica e la sua qualità non è una variabile importante per la crescita di un periodo (che nulla ha a che fare con il concetto di privatizzazione dei servizi pubblici) usualmente non si preoccupa di rappresentare l’ efficienza della stessa.

Se ci posizioniamo nel 1990 e ricordiamo come erano i servizi nel 1990 e guardiamo i servizi nel 2011, la domanda che ci viene spontanea è : quale servizio aggiuntivo abbiamo in rapporto ad una spesa raddoppiata o triplicata ?

La spesa pubblica non è positiva di per se. Riducendo il reddito disponibile (e quindi possibili investimenti privati) l’ efficienza della spesa pubblica è un parametro fondamentale per una nazione. L’ efficienza ci pare che sia diminuita radicalmente dal 1990 al 2011 e non crediamo che l’ Euro abbia influenza su questo capitolo. Non ci pare neppure che riandare verso la lira contribuirà a migliorare questi fattori.

Nei paesi del Nord le imposte sono più alte, ma lo stato da in cambio servizi molto più alti ed efficienti (Sanità, Servizi Sociali, ecc. ecc.).

La Corruzione ed il PIL

Si tende a tenere separata economia e corruzione. Ma se analizziamo la spesa pubblica, autorevoli fonti indicano in circa 80 Mld di Euro all’ anno la parte destinata alla corruzione. Ma la corruzione ha effetti distortivi nella produzione del Pil. Infatti produce concentrazione di reddito non facilmente controllabile (la corruzione è antidistributiva!!!), inoltre produce esportazioni di capitali (assieme all’ evasione fiscale dei grandi capitali) e quindi alla fine riduce (in termini non trascurabili) la circolazione del denaro e quindi di conseguenza lo scambio di beni e servizi.

Bilancia dei pagamenti e bilancia commerciale.

Citiamo da Wikipedia : http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_d’Italia

Come si può osservare nel grafico, l’Italia, dopo aver goduto di surplus del conto corrente per gran parte degli anni novanta, a partire dal 2000 ha registrato disavanzi, con un andamento irregolare, ma tendente al peggioramento. In particolare, nel 2010, il deficit del conto corrente ha raggiunto il 3,29% del PIL, il peggior dato dall’inizio delle serie storiche, nel 1980.

Scomponendo il disavanzo delle partite correnti italiano nelle sue quattro sezioni si nota che:

  • Il saldo delle merci (differenza tra esportazioni ed importazioni di merci), intorno al pareggio nei primi anni ’90, ha fatto registrare ampi surplus tra il 3 ed il 4% del PIL negli anni 1993-1998, per poi iniziare una netta discesa che lo ha portato ad azzerarsi nel 2005 (-0,04%) e, infine, ad oscillare intorno alla parità fino al 2010, quando è diventato decisamente negativo (-1,19%).
  • Il saldo dei servizi (differenza tra esportazioni ed importazioni di servizi, includendo anche i trasporti e i proventi derivanti dal turismo), leggermente positivo per tutti gli anni ’90, ha oscillato intorno alla parità tra il 2000 ed il 2006, per poi iniziare un deterioramento fino a toccare -0,58% nel 2010.
  • Il saldo dei trasferimenti unilaterali (comprendente principalmente le rimesse degli immigrati, gli aiuti umanitari e i trasferimenti dello Stato alle istituzioni internazionali ma anche, in positivo, i fondi dell’Unione europea destinati all’Italia) è rimasto sostanzialmente invariato nel tempo, tra -0,5% e -1%. Si può però osservare un aumento nel tempo dell’incidenza delle rimesse degli immigrati stranieri verso i Paesi d’origine e dei trasferimenti verso le istituzioni europee.
  • Il saldo dei redditi (la differenza tra i redditi da lavoro e da capitale ricevuti dall’estero quelli pagati all’estero) è, tra tutte le componenti, la più negativa. Esso, dopo essere sceso fino al -1,74% nel 1992, è risalito nel corso del decennio fino a toccare -0,94 nel 1997, mantenendosi poi nei dieci anni successivi intorno al punto percentuale di deficit. Tuttavia, nel 2007 e nel 2008 il conto dei redditi è peggiorato rapidamente raggiungendo (-1,27% e -1,23% rispettivamente), peggioramento rapidamente rientrato nel biennio successivo. Nel 2010 il conto dei redditi è risultato negativo solo per lo 0,51%.

Dunque, se da un lato si può affermare che l’esaurirsi dei surplus correnti degli anni 1993-1999 è dovuto alla decisa riduzione del saldo della bilancia commerciale, riduzione arrestatasi, intorno all’equilibrio, solo a partire dal 2007, dall’altro lato si può notare come il conto dei redditi sia responsabile di oltre la metà del deficit delle partite correnti a partire dal 2005. Per questo aspetto, l’Italia si differenzia notevolmente da Francia e Gran Bretagna, che presentano un disavanzo corrente di simili dimensioni ma strutturato in maniera diversa, con una bilancia dei servizi ed un conto dei redditi attivi a compensare parte del deficit della bilancia commerciale.

File:Italian current account balance.jpg

La serie negativa, inizia ben prima del 2000 (almeno 5 – 6 anni prima) e non può essere ricondotta all’ Euro.

le esportazioni stanno crescendo e diminuendo le importazioni. La bilancia commerciale è quindi essenzialmente positiva nell’ ultimo periodo. Questo dato è in opposizione alle tesi che sostengono che l’ Italia è in crisi di competività da moneta. Piuttosto, sembrerebbe che dopo una fase di competizione dovuta alla globalizzazione, le componenti industriali del paese stanno reagendo diventando più competitive.

E’ possibile che questo rappresenti il vero, ma è anche vero che le aziende che stanno chiudendo sono quelle che sono poche esposte al commercio internazionale. Cioè se fosse un problema principalmente ed esclusivamente di tasso di cambio, avremmo una contrazione delle esportazioni ed un aumento delle importazioni. Questo non sta avvenendo in termini assoluti.

Come si vede da queste statistiche (http://www.bancaditalia.it/statistiche/SDDS/stat_rapp_est/bilancia_pag/bilpag_11_12/bilancia_pagamenti_1112.pdf)

la bilancia dei pagamento ha avuto un netto miglioramento in anni di crisi. Soprattuto sulla parte di esportazioni in rapporto alle importazioni. Come sarebbe potuta avvenire questa cosa in rapporto ad un cambio troppo sfavorevole ?

Inoltre se il tasso di cambio fosse IL problema, si avrebbe difficoltà elevate nella esportazioni verso paesi Extra UE. Questo non sta avvenendo.

Questo punto va approfondito con serie storiche più precise.

Ci sembra però di potere dire che l’ Italia :

  • regge nella competizione internazionale (anche se i problemi dati da una tassazione elevata minano questa competitività) e si rischia di tirare la corda. Infatti la sinergia fra aziende che esportano ed aziende che producono per il mercato interno, rischia di spezzarsi perdendo il tessuto industriale italiano. E’ per questo che confindustria chiede l’ abolizione dell’ Irap (che incide sul costo delle merci esportate) chiedendo un aumento dell’ Iva (che NON incide sul costo delle merci esportate). Come pure una riduzione del costo del lavoro (che incide sul costo delle merci esportate).
  • sta perdendo investimenti, per crisi di fiducia, giustizia, burocrazia.
  • è possibile che capitali generati da corruzione siano esportati verso l’ estero. Dalle statistiche prodotte dalla corte dei conti (citate in precedenti articoli) la corruzione è definibile in 80 MLD / anno. Possiamo quindi supporre senza esagerare che questi flussi siano almeno di 10 MLD / anno e destinati ad acquisti all’ estero, con riduzione complessiva della ricchezza italiana.
  •  L’ evasione fiscale comporta flussi di capitali dall’ Italia all’ estero. Quindi una riduzione complessiva della ricchezza italiana.

Conclusioni

A nostro parere questa crisi è  dovuta ad un sovra eccesso di spesa pubblica non efficiente (dato da uno Stato sprecone e corrotto) complicata da un sistema monetario nel quale alcune regole sono da rivedere.

Fino a prova contraria.

Quindi poniamo queste domande :

1) quanto incide in termini percentuali la moneta Euro sulla attuale crisi italiana ?

2) quanto incide in termini percentuali la spesa pubblica inefficienti ed il continuo aumento della pressione fiscale sulla attuale crisi italiana ?

Invitiamo alla discussione su questi spunti e riteniamo di avere più dubbi che certezze. Ma negli articoli letti sulla questione, non sempre vengono presentati dati completi e adeguati alla ramificazione del tema. Tutti i dati mostrati sono discutibili ed invitiamo ad indicazione di dati più accurati.

Possibili proposte

Diventa importante capire se possono essere studiate proposte per rendere il funzionamento dell’ Euro più valido, eliminando alcuni scompensi.

Da fare

I dati sulle serie storiche delle partite correnti sono incompleti e rappresentano un punto fondamentale di analisi economica. E’ necessario reperire dati più affidabili ed analitici.

Sarebbe importante capire se l’ aumento di esportazione è concentrato su un numero di aziende inferiori rispetto al passato. Questo elemento ci porterebbe a capire se solo poche aziende hanno beneficiato della crescita del mercato mondiale.

Il caso Giappone

Il caso Giappone è un punto di riferimento abbastanza importante per il dibattito Euro si / Euro no. In particolare il Giappone rappresenta il caso di uno stato che può emettere debito pubblico senza particolari vincoli, in una logica Keynesiana anticiclica.

Il Giappone ha un basso debito pubblico estero, ed un altissimo (sproporzionato) debito pubblico interno.

I parametri economici del Giappone non sono tali da rendere particolarmente ottimisti sulla uscita dell’ Euro.

La disoccupazione è relativamente bassa, ma accompagnata da tassi di suicidio anche economico elevatissimi.

http://www.teleborsa.it/News/2012/11/30/giappone-invariato-il-tasso-di-disoccupazione-a-ottobre-628.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Suicidio_in_Giappone

Il Giappone ha una deflazione particolarmente importante e tassi di crescita non elevati.

http://www.teleborsa.it/News/2013/01/25/giappone-la-deflazione-continua-ad-attanagliare-il-paese-633.html

http://www.teleborsa.it/News/2013/01/24/giappone-il-deficit-commerciale-tocca-un-nuovo-record-nel-2012-641.html

Inoltre esistono studi che correlano il debito pubblico di un paese come una delle cause della bassa crescita.

 

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Sciamano. Articolo di approfondimento

Grazie ad una segnalazione di un nostro lettore, indichiamo un articolo di approfondimento sul software Sciamano. L’ articolo indica nel dettaglio le informazioni gestite.

http://www.comitato-antimafia-lt.org/public/uploads/2012/06/21.pdf

La nostra proposta (come già scritto in un altro articolo) è quella di obbligare per legge l’ utilizzo, previo naturalmente approfondimento tecnico ulteriore per non rendere oneroso l’ accesso.

Stiamo inoltre progettando una nuova piattaforma che renderà possibile la collaborazione, lo stato dell’ arte sugli articoli ed una serie di funzionalità innovative.

 

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Riforma della cassa integrazione. Spunti sulla efficienza.

 

La cassa integrazione permette al lavoratore e all’ azienda di affrontare situazioni di crisi.

Pensata per situazioni locali e particolari si sta trasformando in un sistema per evitare il tracollo del lavoro e dell’ economia.

Gli obiettivi della cassa integrazioni li possiamo riassumere in :

1) dare continuità di reddito al lavoratore in un periodo di crisi aziendale.

2) permettere all’ azienda di reagire alla crisi, scaricando costi sullo Stato e sulla collettività.

I due punti sopra devono essere preservati. Il punto 2 con qualche riflessione, sopratutto incentrata ad indicare che la crisi deve essere reale e qualche dazio deve essere pagato. Non entriamo in questo articolo su aspetti collegati a tematiche di flexsecurity, licenziamento, ecc. ecc.

Vogliamo entrare in un contesto che deve essere rapidamente indirizzato.

Efficienza.

I nostri dati dicono che la cassa integrazione assorbe circa 10 Mld di Euro.

Questi 10 Mld sono impiegati per costringere il lavoratore a non fare nulla.

Sotto il profilo dell’ efficienza questo meccanismo è assolutamente perverso.

1) incentiva il nero in quanto il lavoratore in cassa integrazione non può avere altri lavori e quindi sarà portato a fare piccoli lavori in nero, aumentando l’ economia sommersa.

2) pagare una persona per non ricevere nessun servizio in cambio è un lusso che la società italiana non si può permettere.

3) il lavoratore cassa integrato ha effetti psicologici non solo nella pura riduzione economica (che comunque crea drammi ed angosce) ma anche sotto il profilo della stima personale e della necessaria esigenza di ognuno di essere utile.

4) dall’ altra parte è importante che il lavoratore abbia la percezione di disagio della situazione. E’ stimolo al cambiamento.

Questi punti di partenza richiedono comunque una attenta riflessione.

Possono essere elaborate molte proposte.

Una possibilità potrebbe essere quella di permetter al cassa integrato di collaborare a tempo determinato con altre aziende. L’ azienda ricevente dovrebbe contribuire parzialmente allo Stato e parzialmente al lavoratore.  L’ azienda ricevente però avrebbe interesse all’ impiego di personale a basso costo.

Questa forma permetterebbe di investire in ricollocazione, aiutando le aziende più sane aiutando ristrutturazioni di settori magari obsoleti.

Esistono aspetti che devono essere normati e risulta necessario approfondire conseguenze e problematiche.

1) l’ azienda ricevente dovrebbe avere un beneficio provvisorio in modo che la situazione non si traduca in alternativa ad altre assunzioni. La durata potrebbe per esempio essere di un anno e progressivamente il bonus dovrebbe essere azzerato. Nel caso l’ azienda ricevente decida di non prorogare il rapporto con il lavoratore, non potrebbe ricevere altri lavoratori per un periodo congruo.

2) l’ azienda in cassa integrazione sarabbe interessata a ridurre la cassa integrazione allo stretto necessario per non rischiare ricollocazione di personale. Nel caso di crisi pesanti ed irreversibili, il meccanismo aiuterebbe tutte le parti. Aumentare i vincoli di quali aziende possono entrare in cassa integrazione.

3)  Il lavoratore sarebbe psicologicamente incentivato (con un surplus economico) a continuare standard alti di lavoro.

4) L’ azienda ricevente dovrebbe essere in utile e in obbligo con tutti gli obblighi di legge. Premiare il merito è l’ unico modo di avere aziende sane, che possono competere. Il discorso agevolerebbe anche le start up e le aziende più innovative.

E’ necessario naturalmente approfondire tutti i pro e contro. Sopratutto il fatto che il sistema non deve danneggiare nuove assunzioni.

Il meccanismo deve quindi essere tarato nel dettaglio ed anche nelle linee generali.

Sicuramente un sistema che spende 10 Mld per non avere nulla in cambio è un sistema che sta sprecando 10 Mld. Ce li possiamo permettere ?

 

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La questione meridionale. O la questione del nord.

Partiamo con attenzione da questo articolo.

http://www.lavoce.info/federalismo-75percento-tasse-nord/

Cercavamo da un po’ di tempo i dati sui trasferimenti dalle amministrazioni centrali alle regioni e viceversa. L’ articolo riporta dati molto interessanti. Purtroppo non completi su tutte le regioni, ma comunque interessanti.

Riportiamo una tabella molto importante.

L’ articolo giunge a questa conclusione.

UN GIUDIZIO CONCLUSIVO

Per essere considerata come un esercizio coerente con i principi della legge n.42 di attuazione del federalismo, voluta dal Governo Lega-PdL e approvata nel 2009, la proposta della macro-regione del nord dovrebbe  associare maggiori risorse a più consistenti responsabilità di spesa. Se si prendesse a riferimento la soglia del 75% dei gettiti locali, la nuova entità dovrebbe però dilatare i propri poteri a tutta la sfera dell’intervento statale, autoescludendosi al contempo da ogni forma di solidarietà nei confronti del resto del Paese. Otre che irrealistico, l’esercizio è chiaramente contrario alla normativa voluta da chi ora avanza la proposta. E, in questo senso, la richiesta ha solo il sapore di una semplice rivendicazione di maggiori disponibilità, senza alcuna contropartita:  il 75% è una percentuale “da campagna elettorale”, priva di fondamento economico-finanziario.

Partendo dai dati, arriviamo a considerazioni differenti. Non tanto sul fatto che la proposta sia priva di fondamento. economico-finanziario. Quanto che è necessario rivedere le logiche dei trasferimenti.

1) La questione del nord e la storica questione meridionale devono essere affrontate molto attentamente, perchè sono un punto nodale di tutta la nostra storia, di un modo di vedere lo stato e di agire sullo sviluppo.

autoescludendosi al contempo da ogni forma di solidarietà nei confronti del resto del Paese

Su questa frase si sono basati i grandi disastri del nostro Paese, l’ arricchimento delle mafie, la diffusione della criminalità.

Il punto vero è che lo sviluppo non si può creare con l’ assistenzialismo. Il passo fra solidarietà ed assistenzialismo è breve e storicamente dimostrato.

Uno sviluppo vero non può che partire dallo sviluppo del sud basato non su assistenzialismo, ma su vera crescita. Basata su turismo, business culturale, business dell’ agroalimentare ed anche nuove tecnologie.

Il Sud ha enormi potenzialità e non possiamo lasciare ai localismi un suo rilancio o degrado.

2) E’ possibile, in maniera trasparente, evidenziare un contributo di solidarietà. Una percentuale dei trasferimenti orientati ad un livellamento delle differenze di ricchezza.

Il problema è che nella attuale configurazione economica, questo non si può discostare molto da qualche percentuale di quanto trasferito.

Non si può passare da un 35% ad un 110%, come indicato in tabella.  Il rischio è drenare risorse a tutti, ed uccidere lo sviluppo.

Non concentriamoci sul dibattino Nord – Sud. Se prendiamo il caso Lombardia e lo confrontiamo con quello del Friuli Venezia Giulia, è evidente il fatto che c’ è una forte differenza fra quanto versato e quanto ripreso indietro. Le percentuali sono troppo sproporzionate. Al di là del concetto di solidarietà, il tutto appare non equo.

Inoltre i trasferimenti, si innestano in un utilizzo delle risorse non ottimizzato o sprecone.

3) Ci sono dati che aggravano ulteriormente la situazione.

a) l’ evasione fiscale che anche l’ Agenzia delle Entrate pone maggiore nel sud, piuttosto che al nord. Quindi la cosidetta solidarietà è duplice. Maggiori trasferimenti statali e maggiori evasioni fiscali.

b) la spesa centrale è ipotizzabile che sia più alta nel Lazio.

c) Supponendo che Emilia Romagna e Toscana siano in situazioni simili a quelle del Piemento o del Veneto, arriviamo ad indicare il rapporto spese/entrate di alcune regioni del sud in maniera assolutamente sproporzionato.

Il federalismo equo e solidale, passa da una politica dei trasferimenti che dia maggiori responsabilità a chi detiene la spesa pubblica.

4) Il modello dei trasferimenti statali, funzionava prima dell’ Euro e della globalizzazione.

Il nord (industriale) tramite lo Stato, trasferiva al Sud (a debito) una grande fetta di denaro, che poi veniva consumato in prodotti (del nord) in una simbiosi perfetta. Il tutto a debito ed, ai suoi tempi, battendo moneta.

Il modello è andato in crisi con l’ Euro ma ancora di più con la globalizzazione (o forse per la combinazione dei due fenomeni). Il Sud consumatore non esiste più e le aziende del Nord non riescono più a subire un drenaggio che dipende da un modello che non è più sostenibile con le attuali condizioni.

E’ un errore strategico lasciare a certi partiti il problema del rapporto fra equità nella distribuzione dei trasferimenti Stato – Regioni. Radicalizzando le problematiche, non possono che sorgere proposte sempre più populiste con slogan elettorali che parlano alla pancia del popolo.

Si potrebbe :

1) Equilibrare i trasferimenti diminuendo gradualmente (in circa 10 anni) le differenze (naturalmente se si alza ad una regione, è necessario recuperare da un’ altra regione).

2) Definire un contributo di solidarietà che sia effettivamente ben identificato e contabilmente tracciabile.

3) Fare in modo che il contributo non vada in trasferimenti, ma in maggiori sgravi per chi investe tenendo nella regione disagiata. Basando gli sgravi su driver sociali opportuni (maggiore occupazione, esportazioni, ecc. ecc.).

4) Purtroppo se una regione funziona con x dipendenti ogni 1.000.000 di abitanti, la regione più disagiata deve avere x dipendenti ogni 1.000.000 di abitanti e non quattro o 10 volte tanto. Tutto questo coinvolge i sindacati.

Alcune cose si sono fatte. Altre sono da fare.

Lo sviluppo parte dall’ efficienza. Il modello dei trasferimenti ha dimostrato storicamente che le differenze sono sempre aumentate nonostante grosse disparità nei trasferimenti.

Lo sviluppo parte da Giustizia, cultura, disponibilità ad investire, interesse ad investire.

Le poche risorse, dovrebbero essere investite non in finanziamenti a priori, ma in sgravi a posteriori.

Sperando che ancora una volta, la questione meridionale non sia la questione del secolo che verrà.

 

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Programmi dei partiti. Contenuto Esterno.

Lo scopo di DeterminAzione è quello di evitare che le proposte politiche diventino puri slogan elettorali.

Una proposta interessante in questo ambito la riprendiamo dalla Voce.info

PROGRAMMI CERTIFICATI

Certificazione volontaria dei programmi: i partiti potrebbero sottoporre il proprio programma elettorale a una commissione di esperti per farne valutare le coperture economiche e gli effetti (ma è più discutibile, perché sono necessari modelli e ipotesi). Avviene sistematicamente in Olanda: alla vigilia delle elezioni i partiti, in una sfida di credibilità, sottopongono i propri programmi al Central Planning Bureau per farlo valutare in chiave comparata con quello degli avversari. Il Cpb dell’Aja produce un documento (qui il rapporto per le elezioni 2012) in cui i programmi di tutti i partiti sono valutati alla luce del loro impatto sul bilancio dello Stato, l’occupazione, il potere di acquisto delle famiglie, la salute, il costo delle case e perfino l’uso di automobili e trasporti pubblici. Le polemiche non sono escluse e forse la valutazione è fin troppo dettagliata (già le previsioni economiche standard su Pil e occupazione non sono sempre precise, addirittura il traffico pare molto ambizioso). In Italia potremmo accontentarci di cominciare da una verifica dei dati sulle finanze pubbliche e le tasse, i temi preferiti negli ultimi vent’anni di elezioni. Lo strumento di controllo non deve sostituirsi alla decisione  esprimendo preferenze e avvisi, ma semplicemente costringere le proposte a far i conti (nel senso letterale del termine) con la realtà.Qual è il costo di una proposta (abolire l’Imu per esempio)? Qual è l’introito di una nuova imposta (la patrimoniale, per esempio)? Quale l’impatto sul deficit e il debito? A queste domande potrebbe rispondere la commissione di certificazione che, in assenza di un ufficio comparabile a quello olandese, potrebbe essere costituita presso l’Istat (a patto di garantirne il finanziamento) o presso un altro organo da individuare. All’elettore toccherà poi decidere quale pacchetto di proposte preferire, avendo più chiari gli arbitraggi da fare (accettiamo un deficit più alto per pagare meno tasse o viceversa).

 

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Superare il simbolo per una nuova politica. Rapporto fra potere, simbolo e azione politica.

Le categorie del pensiero umano influenzano la nostra vita in maniera affascinante ma anche con mistero ed oscuramente. Poco ci è chiaro dei nostri meccanismi del pensiero.

Chiameremo questo quadro Liberismo.

Chiameremo questo quadro Nazi-Fascismo.

Chiameremo questa miniatura Comunismo.

Chiameremo questo quadro Cattolicesimo.

Queste immagini sono messe non per banalizzare e schematizzare o tanto meno per mancare di rispetto a qualcuno. Ma quale evocazione e rimando al significato del valore del fatto di fronte all’ osservatore.

Non è possibile parlare di politica senza parlare di due dimensioni :

il rapporto fra simbolo e politica.

il rapporto fra potere, chi lo esercita e chi lo subisce.

Queste due dimensioni inquadrano il rapporto fra noi e la politica. Lo limitano e lo inquadrano in categorie mentali preformate e quindi precostituite.

Il simbolo è una categoria del pensiero umano particolarmente potente, ma fonte di limiti e di limitazioni allo stesso pensiero. Sarebbe possibile analizzare il simbolo in rapporto alle semiotica, alla psicologia, alla psicoanalisi, alla logica. Questa analisi ci porterebbe lontano e forse non faremmo un passo avanti. Anche per le nostre limitate conoscenze in questi campi.

Il simbolo è un costrutto culturale, una rappresentazione convenzionale; è un’entità che sta per un’ altra cosa : non è la cosa stessa ma è una sua rappresentazione o evocazione.

Probabilmente il simbolo è intimamente connesso con le stesse strutture cerebrali che ci caratterizzano. Per parlare delle nostre percezioni, della poesia, dell’ arte, della politica faremmo meglio forse a parlare solo di neuropsichiatria. Ma questo sarebbe riduttivo.

Quando guardiamo un quadro, quando facciamo una esperienza, una cena, qualsiasi atto umano, questo atto è un atto simbolico. Rappresentabile quindi con una categoria che richiamo altro, esperienze precedenti, preconcetti culturali, esperienze che richiamano altre evocazioni psicologiche.

La politica è una esperienza simbolica. Evocativa. Di fronte agli stessi fatti, alle stesse realizzazioni, agli stessi aspetti positivi, ai tremendi aspetti negativi le reazioni sono guidate da una visione mediata da evocazioni che si basano su esperienze passate recenti o remote, con una base strettamente individuale.

Esistono cose chiare e verità assolute, ma esistono cose sfocate e verità che appartengono a chi le guarda. Verità assolute che a volte si sfumano per ignoranza, per troppa conoscenza, per malafede, per troppa buona fede.

Il dibattito politico è una esperienza simbolica. Per questo assoluta, ma anche parziale e pericolosa, soprattutto se affrontata con molte certezze e pochi dubbi.

Questo portale non solo ha una valenza pragmatica (nella accezione riduttiva o filosofica che ne vogliamo dare) ma ha anche una valenza destrutturante.

Non occupandoci di temi etici, vogliamo fare questa operazione.

Destrutturare il simbolo e ripristinare nella sua interezza il fatto, il problema, il dibattito, le persone e le loro dignità e responsabilità. Estrarre dalla percezione personale l’ oggetto e restituirla ad una valutazione più oggettiva.

Questo processo è lungo, ricorsivo, evolutivo. Toglie delle ombre e subito ne appaiono delle altre.

E’ un percorso che va condotto guardando negli occhi l’ altro ed è un percorso di rispetto. Una destrutturazione per ricostruire nel dubbio e nel rispetto dell’ altro. Non indecisione. Ma decisioni prese pensando che siamo influenzabili, imperfetti, soggette ad errore.

E’ un percorso che non finisce. Un percorso etico anche se su temi non etici (che vogliamo lasciare alla loro dimensione personale e trascendente).

La destrutturazione e ricostruzione del simbolo, riconduce ad un’ altra categoria del pensiero che richiama il potere. Il suo esercizio e la sua definizione.

Chiameremo questo quadro Comunismo.

Chiameremo questo quadro Fascismo.

Chiameremo questo quadro Cattolicesimo.

In questa operazione di destrutturazione e ricostruzione, non tutte le categorie possono essere bilanciate e ricondotte ad un uguale sistema di misurazione. Ma l’ altro ed il rispetto per la persona possono ricondurre alcuni temi ad una operazione di più equilibrata misurazione.

Il rapporto fra simbolo e potere è di per se una categoria importante di analisi. Calare in politica questa analisi vuole dire definire un sistema di misurazione che possa tenere conto del rapporto fra potere e simbolo.

Il potere ha una valenza simbolica ed ugualmente può rafforzare o diminuire il simbolo.

Non esiste politica senza rapporto con il potere. Non esiste potere senza simbolo e senza rapporto con la politica.

Nella operazione di destrutturazione e ricostruzione del simbolo, non possiamo non considerare il rapporto fra potere, politica e fatto.

La politica si fonda sul potere. Non può esistere senza il potere di agire.

Ma il rapporto fra potere e persone è della stessa valenza fra simbolo e persona.

Non può non introdurre la categoria del dubbio.

Il potere va giudicato, esercitato, definito, valutato, pensato in rapporto all’ altro. In una logica quindi di rispetto e di dubbio.

La democrazia crediamo che si basi tutto sulle logiche che abbiamo evidenziato.

Destrutturare ogni simbolo per ricostruire un percorso basato sul dubbio, sul rispetto e sulla dignità della persona.

In questo percorso, nessuno di noi si può considerare solo spettatore del quadro. Ma deve diventare artista. Perchè l’ unico modo di destrutturare il simbolo è quello di mettere in discussione quello che vediamo.

DeterminAzione di un percorso che può cambiare noi stessi e forse anche gli altri.

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Fisco. Tracciabilità e meno burocrazia.

Si parla di burocrazia. Ne vogliamo dare un esempio :

Diventa obbligatorio comunicare alla motorizzazione il reale utilizzatore del veicolo al fine dell’annotazione sulla carta di circolazione nel caso in cui gli autoveicoli, motoveicoli e rimorchi siano utilizzati da un soggetto diverso dall’intestatario della carta di circolazione, per periodi superiori a 30 giorni, in forza di contratti o atti unilaterali.

questo è l’ ennesimo provvedimento che aumenta la burocrazia senza provocare nessun beneficio tangibile. Quella odiata burocrazia che non giova al rapporto cittadino – Stato.

Si potrebbero usare le nuove tecnologie. Identificare i tracciati fatti dalle macchine (con gli stessi strumenti utilizzati dalle assicurazioni) e subordinare lo scarico fiscale proprio ai dati prodotti (da presentare in caso di controllo fiscale). Meno burocrazia ma più concretezza.

Aumentare quindi la tracciabilità e la trasparenza dei dati per dare maggiore detraibilità.

Il problema vero (come evidenzieremo in un altro articolo) è che lo Stato, invece di avere la dignità di aumentare le aliquote fiscali, sta attuando una politica di continua riduzione delle spese deducibile. Ottiene lo stesso effetto (ai fini dei conti), ma con un disastroso rapporto con il cittadino (che si sente ingannato).

 

 

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Merito. Ridare speranza. Anche Contenuto Esterno.

L’ Italia ha bisogno di ridare speranza. Speranza alle nuove generazioni. Speranza per l’ impegno. Speranza che l’ Italia è meglio dell’ estero. Continuità con la nostra storia millenaria.

Ripubblichiamo un nostro articolo.

https://determinazione.org/2010/10/24/meritocrazia/

Riprendiamo un articolo di una piattaforma di collaborazione.

http://lf.proposte.ambrosolilombardia2013.it/lf/initiative/show/108.html

Le considerazioni possono essere estese a tutte le regioni italiane.

I fondi possono essere presi da capitoli di spesa regionali e nazionali, destinati alle imprese. La logica è che un sistema competitivo comunque permette anche la crescita dell’ economia e delle imprese (di conseguenza portando anche una riduzione delle tasse).

Esiste un aspetto importante legato alla misurazione. I criteri di determinazione del merito devono essere basati su elementi oggettivi di valutazione, riconducibili a criteri internazionali non contestabili.

 

 

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Decalogo per lo sviluppo delle infrastrutture portuali. Contenuto Esterno.

Riportiamo un contenuto esterno :

http://www.peragendamonti.it/proposals/448

1. Riduzione numero Autorità Portuali
2. Gerarchizzazione degli investimenti portuali
3. Adozione obbligatoria di analisi di redditività degli investimenti portuali con audit di un soggetto certificatore unico e terzo (Banca Europea degli investimenti?)
4. Modifica composizione e operatività del CIPE
5 Abolizione Programma Infrastrutture Strategiche (Legge Obiettivo) come è oggi e sua totale ridefinizione
6 Forte sostegno ed allineamento alla politica infrastrutturale europea (Corridoi, core network)
7. Abolizione fondo 1% di Iva ai porti e sostituzione con meccanismo premiante (magari di analogo importo) per progetti di sviluppo della portualità italiana
8. Riflessione circa la necessità in Italia dei porti di transhipment: Gioia Tauro, Cagliari, Taranto (in futuro anche Augusta?)
9. Chiusura di Trenitalia Cargo. Abolizione incentivi all’attività di servizio pubblico nel settore merci. Nuove gare per eventuali ecobonus e ferrobonus
10. Revisione Legge 84/94 che recepisca alcune delle proposte precedenti

Il decalogo è da sviluppare ed approfondire. Ogni punto è necessariamente degno di attenzione e di studio di lavoro.

La direzione sembra quella giusta.

1) Misurazione. Aumento delle tecniche di misurazione delle performance.

2) Concentrazione dello stato su attività core. Il punto 9 va nella direzione di abolire finanziamenti pubblici in settori preferibilmente privati. Sarebbe interessante capire la quantità di trasferimenti nel settore. Nelle spese delle amministrazioni centrali, il capitolo di trasferimenti alle aziende ferroviarie (se non erriamo) è nell’ aggregato

6 TRASFERIMENTI CORRENTI A IMPRESE €     3.972.874.861,00

Il sottocapitolo potrebbe essere :

SOMMA DA   CORRISPONDERE ALL’IMPRESA FERROVIE DELLO STATO S.P.A., O A SOCIETA’ DALLA   STESSA CONTROLLATE, IN RELAZIONE AGLI OBBLIGHI TARIFFARI E DI SERVIZIO PER IL   TRAPORTO MERCI Sostegno allo   sviluppo del trasporto INTERVENTI DIPARTIMENTO   DEL TESORO 128.368.205,00

3) Concentrazione delle infrastrutture per sinergie e risparmi. Piccolo non sempre è bello. La frammentazione degli investimenti nel settore infrastrutture, può portare a spese qualitativamente basse, in un mondo globalizzato ed estremamente competitivo.

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Politica per i porti. Contenuto Esterno

Citiamo questo contenuto.

http://www.peragendamonti.it/proposals/1150

Il link è ricco di spunti e ben argomentato dal punto di vista numerico.

La proposta (dopo una accurata argomentazione) si propone di rivedere la politica dei porti.

Occorre fare un ragionamento di merito sui porti di transhipment,  sulle prospettive reali di sopravvivenza, sulla loro strategicità per il sistema portuale ed economico nazionale. Ciò fatto occorre poi prendere le decisioni di conseguenza.

Come per gli areoporti, anche i porti sono punto centrale della politica industriale italiana.

Con Decreto Interministeriale MIT (Passera) e MEF (Grilli) del 24 dicembre 2012 sono stati adeguati i valori delle tasse e dei marittimi in vigore nei porti italiani.

Tali tributi consistono nella tassa di ancoraggio (pagata in base alla stazza della nave) e nella tassa portuale (pagata in base alla tipologia di merce imbarcata o sbarcata).

Fin qui nulla di particolarmente strano, poteva trattarsi del consueto decreto di fine anno di adeguamento tariffario che avviene per una pluralità di servizi e che consente ai giornali qualche titolo durante le Festività.

Tuttavia c’è un MA. I valori dei tributi in questione erano FERMI al 1993. Ne consegue che, soltanto adeguando le singole voci al 75% del valore di inflazione Istat registrato durante il periodo in questione (1993-2012), ne è conseguito un aumento complessivo del 59,3% che il Decreto applica con gradualità (la maggior parte dal 1 gennaio 2013, la restante dal 1 gennaio 2014). Per gli anni successivi al 2014, poi, si ribadisce che tali tributi cresceranno annualmente in ragione del 75% del tasso di inflazione FOI accertato dall’Istat. Il Decreto è stato pubblicato sulla GURI il 5 gennaio 2013 ed è diventato esecutivo.

Immediate le reazioni negative di alcune Associazioni di settore (agenti, spedizionieri), di qualche giornale che sente comunque la necessità di attaccare l’operato del Governo,e,  con mia grande sorpresa, anche di Assoporti (l’Associazione che raggruppa le Autorità Portuali).

Sono le Autorità Portuali (AP), infatti, i soggetti a cui vengono destinati tali tributi. Anzi, unitamente ai canoni di concessione demaniale, rappresentano le principali voci di entrata. Le ragioni delle critiche di Assoporti sostanzialmente attengono alla presunta perdita di competitività del sistema portuale italiano a favore di altri scali europei e non.

Alcune considerazioni di sintesi partendo da una premessa: prima di parlare occorrerebbe avere contezza di alcuni numeri (diceva il Presidente Einaudi: “conoscere per deliberare”): • Nel 2007, anno record della portualità italiana, nei porti sede di AP sono transitate 501,3 milioni di tonnellate di merce e sono stati incassati 208,5 milioni di euro tra tasse portuali e di ancoraggio (nonché 124,7 milioni di euro per canoni di concessione) • Nel 2010, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati sulle AP di fonte MIT, sono state movimentate 470 milioni di tonnellate ed incassati 204,3 milioni di euro (nonché 144,6 milioni di euro per canoni di concessione) • Sempre nel 2010 i primi 2 più importanti europei, Rotterdam ed Anversa: [movimentavano merci; incassavano da diritti e da canoni di concessione] rispettivamente di [429,9 milioni di tonnellate; 288,2 milioni di euro; 249,4 milioni di euro] per Rotterdam e [178,2 milioni di tonnellate; 95,1 milioni di euro; 132 milioni di euro] per Anversa • Il confronto Italia vs Anversa per il 2010 vede l’Italia, a fronte di volumi di traffico superiori del 163%, avere ricavi da tasse superiori del 115% e da canoni di concessione del 10%(!). Ciò solleverebbe ulteriori interrogativi anche circa l’importo e la congruità dei canoni di concessione rispetto agli investimenti realizzati dalle AP nei porti italiani (ma non è oggetto di questa proposta) • Se poi anziché fare riferimento ai porti del Nord Europa (ad Amburgo ad onor del vero tasse e canoni sono circa la metà di quelli di Anversa a fronte di movimentazioni per 121 milioni di tonnellate), ci spostassimo nel Mediterraneo, il gap crescerebbe ulteriormente poiché Marsiglia (porto n° 4 d’Europa per traffici) e Barcellona, incassano da tasse portuali quasi quanto Anversa a fronte di volumi di traffico rispettivamente pari circa alla metà ed ad un terzo.

La prima domanda che sorge, quindi, è la seguente: di che cosa stiamo/stanno parlando?

Eppoi, sulla presunta questione di competitività: il Piano Nazionale della Logistica (solo per citare l’esempio più recente di Pianificazione da “cassetto” dell’Italia in materia) ha chiaramente indicato che i porti italiani servono sostanzialmente le imprese del territorio italiano. L’idea quindi di perdere i ricchi traffici della Svizzera, Baviera ed Austria (ad eccezione di una quota di Trieste: oledotto & Tir Turchi) semplicemente non esiste. Quei mercati vengono serviti dai porti del Nord Europa (o da Koper) che pure hanno tasse portuali più alte (molto singolare!).

Se qualcuno andasse a vedere come si è evoluta la portualità italiana negli ultimi 15 anni, inoltre, scoprirebbe che la componente internazionale ha avuto una dinamica crescente fino al 2005 ma che dal 2005 è diminuita; nello stesso periodo, invece è molto cresciuta, e di molto, la componente di cabotaggio (i.e. il traffico tra porti nazionali) che nulla c’entra con il commercio estero e la competitività delle ns aziende ma attiene piuttosto a questioni di shift modale e produce, quello sì, benefici ambientali ed economici andando ad alleggerire il traffico stradale e contribuendo a diminuire le perdite del vettore ferroviario nazionale  (meno treni merci si fanno,meglio è per Trenitalia Cargo! E comunque FS ha deciso che il suo core business è l’alta velocità, altra singolarità per una azienda controllata al 100% dallo Stato!).

In termini poi della c.d. autonomia finanziaria dei porti, le tasse portuali, direttamente correlate ai quantitativi ed alle tipologie di merci movimentate (con una riduzione per cabotaggio e infra-UE) sono da ritenersi molto più rappresentative della “bontà” di un porto stesso e del sistema Italia nel suo complesso rispetto alla tanto propagandata questione del’1% di IVA da assegnare agli scali italiani [si vedano in proposito: http://www.peragendamonti.it/proposals/448 ed anche http://www.peragendamonti.it/proposals/755%5D.

Assoporti, a parziale scusante, rappresenta TUTTE le AP italiane: a fronte di 21  che dovrebbero plaudire al Decreto ce ne sono 3 (seppure con diversi gradi di intensità) che quasi sicuramente verranno penalizzate, si tratta degli scali di transhipment ed in particolare del porto di Gioia Tauro (vedasi ancora http://www.peragendamonti.it/proposals/448). Tali porti, negli ultimi anni, per mantenere viva la propria competitività che andava scemando in ragione dell’avvento sul mercato di molti competitor localizzati nei Paesi della sponda sud del Med (in primis Port Said e Tangeri, tra l’altro collocati direttamente sulla direttrice di collegamento Suez-Gibilterra), avevano ottenuto dal Governo la possibilità di azzerare la tassa di ancoraggio (quella portuale non viene neppure incassata trattandosi appunto di traffici di transhipment). Ciò ha significato per la collettività dover rinunciare ad entrate, ripianare perdite relative agli oneri di gestione dell’AP (da ultimo un provvedimento di pochi giorni fa della Regione Calabria nel merito), impattare con tale decisione sui ricavi delle altre AP italiane (poiché la tassa di ancoraggio è strutturata in modo tale da esser pagata, o pagata zero, in un porto ma di valere per l’accesso a tutti gli altri scali) e, NEI FATTI, non risolvere i problemi di questo porto (che pure è cresciuto nel 2012).

E qui smettiamo di trattare di numeri astratti, ma parliamo di persone fisiche e di posti di lavoro. Purtroppo non mosche bianche nell’attuale situazione economica in cui versa il ns Paese ma atipiche per il settore portuale che, anche mantenendo sistemi corporativi di pool di manodopera, dopo la riforma del 1994 non aveva conosciuto crisi significative.

Per questo occorre (come sostenuto nel decalogo scritto quando ancora nulla sapevo del Decreto in questione) fare un ragionamento di merito sui porti di transhipment,  sulle prospettive reali di sopravvivenza, sulla loro strategicità per il sistema portuale ed economico nazionale. Ciò fatto occorre poi prendere le decisioni di conseguenza. Questa è una tematica NAZIONALE, non locale. Il prossimo Governo sarà chiamato ad esprimersi anche anche su ciò. Altrimenti si rischia di perpetuare una agonia che abbiamo già visto in altri settori economici e che, forse, con 2.000 miliardi di euro di debito pubblico, non possiamo neppure pensare di poterci permettere.

 

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Filosofico e spensierato

Permetterci di riprendere da un sito le 10 regole per essere felici.

Giving

  • Dare

(Fare) Qualcosa per gli altri

  • Relating

    (Relazionarsi) Relazionare con le persone

  • Exercising

    (Esercitarsi) Prendersi cura del proprio corpo

  • Appreciating

    (Apprezzare) Apprezzare il mondo che ci circonda

  • Trying out

    (Provare) Imparare sempre cose nuove

  • Direction

    (Obiettivo) Avere obiettivi da raggiungere

  • Resilience

    (Resilienza) Trovare le risorse utili per fronteggiare le avversità

  • Emotion

    (Emozione) Avere un atteggiamento positivo

  • Acceptance

    (Accettarsi) Accettarci per come siamo

  • Meaning

    (Dare senso) Essere parte di qualcosa di più grande

 

Da tenere a mente fino alla prossima arrabbiatura…

 

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Conti Pubblici. Trasparenza.

Spesso partiamo dalla cronaca come spunto delle nostre riflessioni e proposte.

Ci colleghiamo ad una notizia : http://www.repubblica.it/politica/2013/01/11/news/bersani_vedremo_se_monti_ha_messo_polvere_sotto_al_tappeto-50304434/

La notizia ha avuto rilievo, ma non tanto per tutto quello che sottende.

E’ la notizia più esplicativa dell’ attuale dibattito politico. Molto attento al commento sulle persone, piuttosto che sui contenuti.

L’ Onorevole Bersani è il segretario del partito principale di opposione (prima) ed attualmente al governo (prima della caduta) con il governo Monti.

Lasciamo passare il fatto che la dichiarazione chiama in causa diretta le responsabilità del proprio partito (attualmente al governo). Non siamo interessati  a polemiche su questo o quello.

Il punto centrale è che un segretario di partito non deve porsi il problema della polvere sotto il tappeto di questo o quello. L’ Onorevole Bersani dovrebbe porsi il problema di quali azioni legislative possono evitare la condizione di mancanza di trasparenza nella gestione dei conti pubblici.

Il passaggio da farsa a contenuti è tutto in questo cambio di visuale e di prospettiva. Guardare lo stesso problema, ma da un’ angolazione differente e più costruttiva, perchè basata sui contenuti e sul cambiamento.

Sappiamo che tutto questo è poco populista, contro la pancia delle democrazia, un filo intellettuale. Ma ogni dirigenza ha l’ obbligo di insegnare e di guidare. Il resto è populismo. Comodo e facile populismo.

Il dibattito politico deve essere incentrato se sia giusto spendere 20 MLD sulle scuole, sugli asili, sulla cassa integrazione o anche sulle spese militari. Scelte legittime, opinioni diverse, strategie di posizionamento.

Il dibattito politico non può essere incentrato sul fatto che i 20 MLD siano in realtà 18 MLD o 22 MLD. I numeri non possono essere una opinione.

La nostra proposta è quella di analizzare tutte le autority ed organismi deputati alla gestione dei conti pubblici e determinare quali sono gli elementi che garantiscono maggiore trasparenza sui bilanci pubblici.

Ad ogni elezione non è possibile assistere ad affermazioni che cadono nel silenzio solo per la scarsa attenzione della pubblica opinione, ma che hanno in sè una gravita elevata (sia se vere, sia se false) e che minano alla base il rapporto fra cittadino (finanziatore) e Stato (finanziato).

Abbiamo già fatto proposte sulla trasparenza di tutti i conti pubblici. Aggiungiamo la necessità di tracciabilità nella aggregazione dei dati.

Per esempio :

1) la correlazione fra bilanci, leggi e capitoli di spesa non è facile. I bilanci sono aggregati contabili nel quale il rimando fra una voce e l’ altra non è assolutamente scontata nè facile.

2) trasparenza e visibilità di ogni spesa. Il cittadino deve avere gli stessi dati disponibili alla Ragioneria Generale dello Stato. Esistono delle esigenze di segretezza che possono essere indirizzate e facilmente isolate dal punto di vista contabile.

3) Esistono delle poste in tutti i bilanci che possono essere governate in maniera di parte per arrivare a risultati di cali o crescite sui bilanci stessi. Ammortamenti, valorizzazioni, ecc. ecc.. Si rimanda all’ articolo sul caso di Studio Aler, per avere alcuni esempi a riguardo di valorizzazioni immobiliari. Tutti i criteri di determinazione su queste poste devono essere univocamente e chiaramente identificati per evitare interpretazioni contabili diversificate ed opinabili.

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Difendere i marchi italiani all’ estero. Contenuto Esterno

Si riprende questa proposta.

http://www.peragendamonti.it/proposals/1051

Milioni di persone nel mondo consumano prodotti che credono essere italiani,ma che di italiano hanno solo il nome.

La nostra cultura,l’elevato  know-how e la qualità che contraddistinguono  numerosi settori della produzione industriale italiana sono apprezzati in tutto il mondo,ma anche spudoratamente,e malauguratamente legalmente,contraffatti in tutto il mondo.Così avviene che un cittadino americano acquisti un prosciutto che del San Daniele ha solo il nome;o che un tedesco consumi una mozzarella chiamata “Italia”,che di italiano non ha nulla.Dovrebbero intervenire in tal senso gli organismi internazionali con politiche di natura macroeconomica,perchè la posta in gioco è davvero alta.

E’ necessario :

fare il punto della situazione legislativa (transnazionale) che indirizza la problematica.

capire quali sono le azioni legislative o accordi a livello trasnazionale che permettono di indirizzare il problema.

Dal punto di vista economico è un danno elevatissimo per le aziende italiane, sopratutto per una filiera territoriale difficilmente replicabili.

A puro titolo informativo, alleghiamo due riferimenti che inquadrano (naturalmente in maniera molto iniziale) la problematica.

http://www.quattrocolonne-online.net/quattrocolonne/2012/05/dal-parmesan-al-pompeian-olive-oli-il-fenomeno-dell-italian-sounding/

http://www.linkiesta.it/expo-contraffazione-alimentare

 

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Fantapolitica. Scenari futuri.

Quali sono gli scenari futuri della politica ? Cosa succederà a Maggio 2013 ?

Perche Monti è salito in politica ?

Facciamo uno scenario fantapolitico. Con alcune affermazioni. Un esercizio di stile.

1) Monti è sceso in campo per dare una identità ad un centro che viceversa sarebbe stato senza anima e senza corpo. Operazione che porta uno schieramento dal 5-8% al 15-20%.

2) Monti sa che non può arrivare alla maggioranza.  La sua agenda è abbastanza condivisibile da una maggioranza ampia anche del PD. Non a caso si parla di patrimoniale…

3) Il PD difficilmente riuscirà da solo a governare il paese. Anche se le elezioni fossero un successo per il PD è difficile che riesca ad ottenere la maggioranza assoluta alla Camera ed al Senato.

4) Il PD sa benissimo che non riuscirà a governare in autonomia. Non può. prima delle elezioni, mettere il piede in due scarpe.

5) Monti afferma che non è disposto ad entrare in un governo che non lo vede leader.

A che scenario andiamo incontro ? Almeno secondo i sondaggi.

1) Ad un governo di responsabilità con Sinistra e Centro. Con la Sinistra a circa il 40% dei consensi ed il centro (centro – destra secondo una classificazione del programma) a circa il 15 – 20 %.  Quindi una maggioranza ampia e sufficiente.

2) Monti non potrà governare, nè andare ad un governo a maggioranza PD. Come da affermazioni di questi giorni. Monti esce di scena.

3) Manca un tassello. Cioè il Presidente della Repubblica. Per senso di responsabilità, bisogna determinare una figura ad alto profilo istituzionale, con  credibilità internazionale. Abbastanza sopra le parti. Ricordando che le elezioni saranno fatte con un nuovo parlamento e quindi fatti i conti e tenendo conto che alcune regioni strategiche rinnoveranno il governatore, e tenendo conto che la Destra attuale uscirà molto indebolita dalle elezioni. Il profilo più adeguato sarà : Monti.

Tutto questo scenario con l’ avvallo del PD, del centro e forse anche di Sel…

Scontenti : PDL, ormai disintegrato, IDV, fuori dal Parlamento, Lega, isolata ma forte al Nord, ed altri.

Un bipolarismo tripolare zoppo, un governo di larga coalizione (ristretta), dove tutti sono contenti.

Speriamo che nel 2014, lo stesso potranno dire i cittadini. E che finalmente si faranno le riforme eque e che potranno dare stimolo all’ economia.

Naturalmente questa è fantapolitica.

 

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Rivedere la legislazione sul referendum. Contenuto esterno. Spunti di riflessione

Riprendiamo una proposta.

http://www.peragendamonti.it/proposals/368

che viene ulteriormente specificata in questo sito :

http://www.quorumzeropiudemocrazia.it/pagina-di-esempio/

Illustra nuovi metodi di democrazia diretta.

Alcuni sono assolutamente legittimi (per esempio il quorum 0 per i referendum), altri possono essere discussi ulteriormente.

Va inoltre definito quale è il costo complessivo della proposta. La democrazia diretta ha costi che vanno tenuti in considerazione.

Vorremmo però porre l’ accento su un punto :

Art. 69 – Indennità dei membri del Parlamento

L’attuale articolo 69 della Costituzione Italiana, stabilisce che l’indennità dei parlamentari sia stabilita per legge. Inoltre non viene menzionato l’importo degli eventuali trattamenti economici.

L’articolo 69 proposto, prevede che siano gli elettori, in fase di consultazione, ad indicare quanto percepiranno i parlamentari che li rappresenteranno, agganciando l’indennità ricevuta al reddito medio della popolazione italiana ed escludendo qualsiasi altra forma di retribuzione.

In pratica, il calcolo verrà eseguito con questa modalità:

  • viene determinato il reddito annuo medio pro capite dei cittadini italiani da un ente certificatore riconosciuto, che potrebbe essere l’Istat; ad esempio nel 2011 è stato di 22.000€ al 03/09/2011 – (fonte Il Sole 24 Ore – http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2011-09-03/acli-inflazione-mangia-redditi-110431.shtml?uuid=AasCDD1D)
  • al momento del voto, l’elettore avrà la possibilità di scegliere il moltiplicatore che, a suo giudizio, dovrà essere applicato al reddito pro capite;

  • al termine dello spoglio verrà eseguita una media di tutti i moltiplicatori indicati dagli elettori arrotondato al primo decimale; supponiamo si ottenga il valore di 3,456; il moltiplicatore calcolato sarà 3,5;

  • l’indennità percepita da ogni singolo parlamentare sarà così calcolata nel nostro esempio: 22.000€ x 3,5 = 77.000

Rappresentare gli elettori torna ad essere un servizio alla collettività e non l’acquisizione di privilegi.

Non condividiamo la proposta. Naturalmente questa proposta tenderebbe a raggiungere moltiplicatori bassi, a scapito della qualità dei candidati.

Un elemento è però molto positivo. Riteniamo che la parametrizzazione delle retribuzioni della classe politica (come pure di altre cariche non elettive) dovrebbe essere fatta tenendo conto di parametri medi generali di reddito, mediata inoltre da confronti con altre realtà Europee.

Questo sarebbe uno stimolo ulteriore anche contro l’ emersione della evasione fiscale.

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Rivedere la legislazione sul gioco d’ azzardo. Contenuto esterno.

http://ricostruiscitalia.blogspot.it/2012/11/tassa-sui-poveri.html

Partiamo da questi dati, per proporre una rivisitazione della legislazione sul gioco d’ azzardo.

Siamo moderatamente contrari al gioco d’ azzardo, non per ragioni di carattere morale, ma per una serie di considerazioni :

1) il gioco d’ azzardo crea dipendenza. Il confine fra divertimento e patologia è sottile.

2) il gioco d’ azzardo, per come è strutturato crea flussi di cassa verso nazioni estere. Questo crea flussi in uscita di almeno l’ 80% del volume giocato e basse ricadute territoriali. Questo non può che diminuire la velocità di circolazione del denaro e una diminuzione nel tempo dello scambio di beni e servizi. Le cifre in gioco non sono trascurabili.

3) Il gioco d’ azzardo (come indicato nel link precedentemente evidenziato) è una tassa sui poveri.

Il gioco d’ azzardo legalizzato fu introdotto sia come opportunità (miope) di maggiori incassi fiscali, sia per la bassa capacità dello Stato di controllare il gioco illegale.

Dal punto di vista economico l’ operazione è da classificare come un disastro.

Riferimenti.

Informazioni non aggiornate, ma indicative. http://www.repubblica.it/cronaca/2011/05/08/news/inchiesta_azzardo-15935482/

 

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Utilizzare i cassa integrati per finalità pubbliche. Contenuto Esterno

Questo articolo è inserito anche nel manifesto. Riteniamo utile collegarsi ad altre iniziative e soprattutto ad altre proposte.

Riteniamo che la cassa integrazione debba essere riformata.

Lo spunto di questa proposta (http://www.peragendamonti.it/proposals/8) è interessante.

In generale la cassa integrazione non sempre viene considerata come utile. Infatti è un costo elevato (approssimativamente dovrebbe incidere per circa 20 Miliardi sulla collettività) e viene destinato per la conservazione di aziende non più in grado di competere.

In generale questa tematica è collegata alla riforma complessiva degli ammortizzatori sociali.

Sicuramente disperdere 20 Miliardi di investimenti annuali, non è la scelta più saggia.

 

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