Euro si, euro no. Terze vie. Molti dubbi.

DeterminAzione si occupa di fornire informazioni che speriamo ragionate e fuori da pregiudizi.

Prima di effettuare proposte è necessario avere una idea precisa delle cose di cui si sta parlando.

Su Internet ed in politica (Movimento cinque stelle, Lega, formazioni dell’ area Sinistra) si sta diffondendo un dibattito riguardante l’ uscita dell’ Euro.

In questo articolo vogliamo fare un punto della situazione.

Ogni dibattito che avviene sotto traccia e non evidenziato nei media più tradizionali, rischia degenerazioni populiste pericolose.

Stato dell’ arte

Semplificando molto i ragionamenti, si suddivide il dibattito in due grandi temi.

1) Euro si / Euro no.

2) Europa si / Europa no.

Il tutto si traduce in :

Euro si / Europa si, Euro no / Europa si, Euro no / Europa no.

In questo articolo ci concentriamo su aspetti riguardanti la moneta, il caso italiano ed alcuni dati che pongono domande. Trascureremo il dibattito Europa si / no.

Non abbiamo pre-giudizi su alcuna delle teorie, ma ci preoccupiamo di raffrontare i dati e porci degli interrogativi.

Il sonno della ragione genera mostri (come più volte sostenuto) ed i dati vanno analizzati in tutte le loro complessità.

Approcciamo il tema con umiltà, ma richiediamo che le idee di altri siano portate con motivazioni teoriche approfondite e da riscontri su dati macroeconomici metodologicamente corrette.

Trasportare le folle su idee facili è storicamente lo strumento più potente del potere.

Un altro rischio pericoloso è quello di difendere le Nostre idee, non perchè giuste, ma perchè Nostre. Il valore simbolico delle nostre idee è ugualmente pericoloso di quanto sia pericoloso seguire acriticamente le idee di altri.

Da parte nostra possiamo dire che il nazionalismo è di per se pericoloso. Il rispetto della cultura e della identità vanno preservate in un contesto di universalità.

Quindi siamo Europeisti (con le giuste regole e con dignità ed autorevolezza delle nostre istituzioni).

In quanto all’ Euro :

Uscita dall’ Euro

L’ uscita dall’ Euro è sostenuta da varie correnti di pensiero, non solo da parte di elementi populisti, ma anche da correnti economiche suffragate da competenze economiche importanti.

Il dibattito quindi non deve essere ridotto a pura speculazioni demagogiche, ma ha radici tali da essere approfondito.

In particolare, alcuni economisti (di primaria importanza) sostengono che l’ Area Euro non costituisca una Area Valutaria Ottimale.

http://it.wikipedia.org/wiki/Area_valutaria_ottimale

Le tesi sostenute sono coerenti, ben approfondite e sostanzialmente condivisibili. Ci permettiamo di dire che il dibattito quindi si ramifica ulteriormente, introducendo una domanda. Quale azioni vanno introdotte per migliorare l’ integrazione europea ed un più corretto funzionamento della moneta Euro ?

Quando si segue una tesi è necessario però andare a trovare riscontri fattivi. Confrontare i dati con altre realtà. Capire se le azioni proposte possono migliorare la situazione, oppure lasciare inalterate le cause vere.

Una delle tesi sostenute è quella che abbandonare l’ Euro riporterebbe la possibilità di svalutare la moneta locale (gestita dalla banca centrale italiana) e quindi riportare competitività alle aziende (italiane in questo caso). Rilanciare l’ occupazione, far ritornare il benessere.

Il caso italiano. L’ eccezione che conferma la regola. Oppure no ?

Abbiamo analizzato i dati del caso italiano e vorremmo sollevare alcuni dubbi.

1) Uscire dall’ Euro, rappresenta una soluzione per i nostri problemi ?

2) Le aziende italiane chiudono per colpa dell’ Euro ?

3) I consumi calano per colpa dell’ Euro ?

4) La spesa pubblica è buona a prescindere ?

Non vorremmo semplificare troppo le cose. Ma crediamo centrale rispondere a queste domande.

Ricordiamo infatti che alcune tesi sull’ uscita dell’ Euro, sostengono che il debito pubblico non è rilevante nella crisi economica e seguendo le teorie di Keynes che anzi è sempre positiva.

Usciamo dall’ Euro e potremo spendere come vogliamo per rilanciare l’ economia. (semplificazione delle tesi più populiste)

Spesa pubblica e rapporto con il PIL.

Si riportano in allegato i dati della spesa pubblica (Conto Economico consolidato delle Amministrazioni Pubbliche). I dati sono in Euro Correnti. Cioè, se non erriamo, depurati dalla componente inflazione.

I dati sono scaricabili dal sito dell’ Istat (http://www.istat.it/it/archivio/78376) e sono stati elaborati con semplici formule in Excel.

Primo dubbio.

1) La spesa per interessi è sostanzialmente stabile.

Voci economiche 1990      2000      2011       2011/1990    2011/2000 08/90 08/00
Interessi passivi 70.727  74.864   78.225                  1,10                1,04      1,10     1,04

E’ sostanzialmente stabile dal 1990, con un incremento dal 2009 / 2011, dati dal noto shock sul PIL.
Il rapporto spesa per interessi 2008/2000 è di 1,04. Quindi praticamente nulla.
Quindi la spesa per interessi è una componente la cui incidenza è sostanzialmente stabile.

2) Le altre spese sono in costante ascesa. La spesa è fuori controllo.

Riteniamo che questo (entreremo poi nel merito) sia la causa maggiore (non l’ unica) dei nostri problemi.

Voci   economiche 1990 2000 2011 2011/1990 2011/2000 2008/1990
Redditi da lavoro dipendente 85.618 124.306 169.501 1,9797 1,3636 1,9797
Acquisto di beni e servizi   prodotti da produttori market 18.044 27.541 44.593 2,4713 1,6191 2,4713
Spesa per consumi finali 141.146 219.196 323.397 2,2912 1,4754 2,2912
Prestazioni sociali in denaro 105.402 195.506 305.133 2,8949 1,5607 2,8949
Consumi intermedi 34.762 58.727 91.273 2,6257 1,5542 2,6257

Le spese per i consumi finali della pubblica amministrazione, per esempio, passano da 141.446 Milioni di Euro nel 1990 a 323.397, già considerando le rettifiche per l’ inflazione e quindi a valori omogenei.

Il personale passa da 85.618 Milioni del 1990 a 169.501 Milioni nel 2011.

Non ci pare che nel 1990 i servizi erogati dalla pubblica amministrazione (non considerando naturalmente le migliorie tecnologiche) siano migliorati.

La spesa pubblica è impazzita. A valori correnti è raddoppiata e quindi ci si aspetterebbe un raddoppio dei servizi.

Invece stiamo assistendo all’ esatto contrario. Una spesa raddoppiata ed una continua discesa delle erogazioni dei servizi della pubblica amministrazione.

In tutto questo l’ Euro non ha influenza. L’ unica influenza è nel tasso di inflazione (già tolto dai dati in quanto i numeri sono a valori correnti), e negli interessi (sostanzialmente stabili).

Il Pil. Cosa cresce e cosa cala.

Analizziamo quindi il PIL. Non entriamo nel già segnalato rapporto fra PIL ed indicatori di benessere. Possiamo semplificare dicendo che un aumento del PIL dovrebbe corrispondere mediamente ad un aumento medio della ricchezza reale ed effettiva di una nazione.

La nota equazione economica :

Y=C+G+I+(X-M)

Dove Y è il PIL.

C sono i consumi finali.

G è la spesa pubblica.

I sono gli investimenti

X- M è il saldo delle partite correnti.

Alcuni sostengono che diminuire G vuol dire diminuire il PIL. Questa affermazione non tiene conto che G, C, (X-M) non sono variabili indipendenti (http://it.wikipedia.org/wiki/Variabili_dipendenti_e_indipendenti). Cosa significa che due variabili sono dipendenti ? Facciamo un esempio. La cilindrata di un motore (e quindi in qualche modo la sua potenza) ed il costo della macchina sono variabili dipendenti. Viceversa forse gireremmo tutti in Porche ed aumenterebbe l’ inquinamento ed anche gli incidenti stradali. Il livello di piogge in un anno è invece indipendente dal numero di auto in circolazione sull’ autostrada A1.

G è un saldo che ingloba anche la parte fiscale. Quindi all’ aumento di G, aumenta di conseguenza il carico fiscale che influenza negativamente sia C, ma anche (X-M).

C è il consumo di beni e servizi. Se il carico fiscale aumenta, di conseguenza C cala, perchè cala il reddito disponibile ( per esempio è possibile consultare alcune slide presenti all’ indirizzo http://share.dschola.it/polotecnicobraidese/IntranetGuala/Formazione/MATERIALI%204B%20DIRITTO%20ED%20ECONOMIA%20POLITICA/25-Modello_keynesiano-settore_reale.pdf)

Molte posizioni citano Keynes per supportare la spesa pubblica, ma tutto lo studio di Keynes è impostato su un utilizzo della spesa pubblica in funzione anticiclica e quindi per periodo di tempo limitata. Nel caso italiano la spesa pubblica non ha funzione anticiclica, ma ciclica e storica (sono 30 anni che spendiamo più di quello che incassiamo, con forte ricorso al debito).

(X-M) è il saldo delle partite correnti (escluso quindi il movimento di capitali di breve, medio e lungo periodo). Anche questo valore è influenzato dalla spesa pubblica, tramite le imposte. La spesa pubblica deve essere finanziata tramite le imposte che possono a loro volta influenzare la nostra capacità di competere all’ estero. Non solo quindi l’ Euro incide sulle partite correnti, ma anche e sopratutto il carico fiscale.

Inoltre chi sostiene che la spesa pubblica e la sua qualità non è una variabile importante per la crescita di un periodo (che nulla ha a che fare con il concetto di privatizzazione dei servizi pubblici) usualmente non si preoccupa di rappresentare l’ efficienza della stessa.

Se ci posizioniamo nel 1990 e ricordiamo come erano i servizi nel 1990 e guardiamo i servizi nel 2011, la domanda che ci viene spontanea è : quale servizio aggiuntivo abbiamo in rapporto ad una spesa raddoppiata o triplicata ?

La spesa pubblica non è positiva di per se. Riducendo il reddito disponibile (e quindi possibili investimenti privati) l’ efficienza della spesa pubblica è un parametro fondamentale per una nazione. L’ efficienza ci pare che sia diminuita radicalmente dal 1990 al 2011 e non crediamo che l’ Euro abbia influenza su questo capitolo. Non ci pare neppure che riandare verso la lira contribuirà a migliorare questi fattori.

Nei paesi del Nord le imposte sono più alte, ma lo stato da in cambio servizi molto più alti ed efficienti (Sanità, Servizi Sociali, ecc. ecc.).

La Corruzione ed il PIL

Si tende a tenere separata economia e corruzione. Ma se analizziamo la spesa pubblica, autorevoli fonti indicano in circa 80 Mld di Euro all’ anno la parte destinata alla corruzione. Ma la corruzione ha effetti distortivi nella produzione del Pil. Infatti produce concentrazione di reddito non facilmente controllabile (la corruzione è antidistributiva!!!), inoltre produce esportazioni di capitali (assieme all’ evasione fiscale dei grandi capitali) e quindi alla fine riduce (in termini non trascurabili) la circolazione del denaro e quindi di conseguenza lo scambio di beni e servizi.

Bilancia dei pagamenti e bilancia commerciale.

Citiamo da Wikipedia : http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_d’Italia

Come si può osservare nel grafico, l’Italia, dopo aver goduto di surplus del conto corrente per gran parte degli anni novanta, a partire dal 2000 ha registrato disavanzi, con un andamento irregolare, ma tendente al peggioramento. In particolare, nel 2010, il deficit del conto corrente ha raggiunto il 3,29% del PIL, il peggior dato dall’inizio delle serie storiche, nel 1980.

Scomponendo il disavanzo delle partite correnti italiano nelle sue quattro sezioni si nota che:

  • Il saldo delle merci (differenza tra esportazioni ed importazioni di merci), intorno al pareggio nei primi anni ’90, ha fatto registrare ampi surplus tra il 3 ed il 4% del PIL negli anni 1993-1998, per poi iniziare una netta discesa che lo ha portato ad azzerarsi nel 2005 (-0,04%) e, infine, ad oscillare intorno alla parità fino al 2010, quando è diventato decisamente negativo (-1,19%).
  • Il saldo dei servizi (differenza tra esportazioni ed importazioni di servizi, includendo anche i trasporti e i proventi derivanti dal turismo), leggermente positivo per tutti gli anni ’90, ha oscillato intorno alla parità tra il 2000 ed il 2006, per poi iniziare un deterioramento fino a toccare -0,58% nel 2010.
  • Il saldo dei trasferimenti unilaterali (comprendente principalmente le rimesse degli immigrati, gli aiuti umanitari e i trasferimenti dello Stato alle istituzioni internazionali ma anche, in positivo, i fondi dell’Unione europea destinati all’Italia) è rimasto sostanzialmente invariato nel tempo, tra -0,5% e -1%. Si può però osservare un aumento nel tempo dell’incidenza delle rimesse degli immigrati stranieri verso i Paesi d’origine e dei trasferimenti verso le istituzioni europee.
  • Il saldo dei redditi (la differenza tra i redditi da lavoro e da capitale ricevuti dall’estero quelli pagati all’estero) è, tra tutte le componenti, la più negativa. Esso, dopo essere sceso fino al -1,74% nel 1992, è risalito nel corso del decennio fino a toccare -0,94 nel 1997, mantenendosi poi nei dieci anni successivi intorno al punto percentuale di deficit. Tuttavia, nel 2007 e nel 2008 il conto dei redditi è peggiorato rapidamente raggiungendo (-1,27% e -1,23% rispettivamente), peggioramento rapidamente rientrato nel biennio successivo. Nel 2010 il conto dei redditi è risultato negativo solo per lo 0,51%.

Dunque, se da un lato si può affermare che l’esaurirsi dei surplus correnti degli anni 1993-1999 è dovuto alla decisa riduzione del saldo della bilancia commerciale, riduzione arrestatasi, intorno all’equilibrio, solo a partire dal 2007, dall’altro lato si può notare come il conto dei redditi sia responsabile di oltre la metà del deficit delle partite correnti a partire dal 2005. Per questo aspetto, l’Italia si differenzia notevolmente da Francia e Gran Bretagna, che presentano un disavanzo corrente di simili dimensioni ma strutturato in maniera diversa, con una bilancia dei servizi ed un conto dei redditi attivi a compensare parte del deficit della bilancia commerciale.

File:Italian current account balance.jpg

La serie negativa, inizia ben prima del 2000 (almeno 5 – 6 anni prima) e non può essere ricondotta all’ Euro.

le esportazioni stanno crescendo e diminuendo le importazioni. La bilancia commerciale è quindi essenzialmente positiva nell’ ultimo periodo. Questo dato è in opposizione alle tesi che sostengono che l’ Italia è in crisi di competività da moneta. Piuttosto, sembrerebbe che dopo una fase di competizione dovuta alla globalizzazione, le componenti industriali del paese stanno reagendo diventando più competitive.

E’ possibile che questo rappresenti il vero, ma è anche vero che le aziende che stanno chiudendo sono quelle che sono poche esposte al commercio internazionale. Cioè se fosse un problema principalmente ed esclusivamente di tasso di cambio, avremmo una contrazione delle esportazioni ed un aumento delle importazioni. Questo non sta avvenendo in termini assoluti.

Come si vede da queste statistiche (http://www.bancaditalia.it/statistiche/SDDS/stat_rapp_est/bilancia_pag/bilpag_11_12/bilancia_pagamenti_1112.pdf)

la bilancia dei pagamento ha avuto un netto miglioramento in anni di crisi. Soprattuto sulla parte di esportazioni in rapporto alle importazioni. Come sarebbe potuta avvenire questa cosa in rapporto ad un cambio troppo sfavorevole ?

Inoltre se il tasso di cambio fosse IL problema, si avrebbe difficoltà elevate nella esportazioni verso paesi Extra UE. Questo non sta avvenendo.

Questo punto va approfondito con serie storiche più precise.

Ci sembra però di potere dire che l’ Italia :

  • regge nella competizione internazionale (anche se i problemi dati da una tassazione elevata minano questa competitività) e si rischia di tirare la corda. Infatti la sinergia fra aziende che esportano ed aziende che producono per il mercato interno, rischia di spezzarsi perdendo il tessuto industriale italiano. E’ per questo che confindustria chiede l’ abolizione dell’ Irap (che incide sul costo delle merci esportate) chiedendo un aumento dell’ Iva (che NON incide sul costo delle merci esportate). Come pure una riduzione del costo del lavoro (che incide sul costo delle merci esportate).
  • sta perdendo investimenti, per crisi di fiducia, giustizia, burocrazia.
  • è possibile che capitali generati da corruzione siano esportati verso l’ estero. Dalle statistiche prodotte dalla corte dei conti (citate in precedenti articoli) la corruzione è definibile in 80 MLD / anno. Possiamo quindi supporre senza esagerare che questi flussi siano almeno di 10 MLD / anno e destinati ad acquisti all’ estero, con riduzione complessiva della ricchezza italiana.
  •  L’ evasione fiscale comporta flussi di capitali dall’ Italia all’ estero. Quindi una riduzione complessiva della ricchezza italiana.

Conclusioni

A nostro parere questa crisi è  dovuta ad un sovra eccesso di spesa pubblica non efficiente (dato da uno Stato sprecone e corrotto) complicata da un sistema monetario nel quale alcune regole sono da rivedere.

Fino a prova contraria.

Quindi poniamo queste domande :

1) quanto incide in termini percentuali la moneta Euro sulla attuale crisi italiana ?

2) quanto incide in termini percentuali la spesa pubblica inefficienti ed il continuo aumento della pressione fiscale sulla attuale crisi italiana ?

Invitiamo alla discussione su questi spunti e riteniamo di avere più dubbi che certezze. Ma negli articoli letti sulla questione, non sempre vengono presentati dati completi e adeguati alla ramificazione del tema. Tutti i dati mostrati sono discutibili ed invitiamo ad indicazione di dati più accurati.

Possibili proposte

Diventa importante capire se possono essere studiate proposte per rendere il funzionamento dell’ Euro più valido, eliminando alcuni scompensi.

Da fare

I dati sulle serie storiche delle partite correnti sono incompleti e rappresentano un punto fondamentale di analisi economica. E’ necessario reperire dati più affidabili ed analitici.

Sarebbe importante capire se l’ aumento di esportazione è concentrato su un numero di aziende inferiori rispetto al passato. Questo elemento ci porterebbe a capire se solo poche aziende hanno beneficiato della crescita del mercato mondiale.

Il caso Giappone

Il caso Giappone è un punto di riferimento abbastanza importante per il dibattito Euro si / Euro no. In particolare il Giappone rappresenta il caso di uno stato che può emettere debito pubblico senza particolari vincoli, in una logica Keynesiana anticiclica.

Il Giappone ha un basso debito pubblico estero, ed un altissimo (sproporzionato) debito pubblico interno.

I parametri economici del Giappone non sono tali da rendere particolarmente ottimisti sulla uscita dell’ Euro.

La disoccupazione è relativamente bassa, ma accompagnata da tassi di suicidio anche economico elevatissimi.

http://www.teleborsa.it/News/2012/11/30/giappone-invariato-il-tasso-di-disoccupazione-a-ottobre-628.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Suicidio_in_Giappone

Il Giappone ha una deflazione particolarmente importante e tassi di crescita non elevati.

http://www.teleborsa.it/News/2013/01/25/giappone-la-deflazione-continua-ad-attanagliare-il-paese-633.html

http://www.teleborsa.it/News/2013/01/24/giappone-il-deficit-commerciale-tocca-un-nuovo-record-nel-2012-641.html

Inoltre esistono studi che correlano il debito pubblico di un paese come una delle cause della bassa crescita.

 

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