La questione meridionale. O la questione del nord.

Partiamo con attenzione da questo articolo.

http://www.lavoce.info/federalismo-75percento-tasse-nord/

Cercavamo da un po’ di tempo i dati sui trasferimenti dalle amministrazioni centrali alle regioni e viceversa. L’ articolo riporta dati molto interessanti. Purtroppo non completi su tutte le regioni, ma comunque interessanti.

Riportiamo una tabella molto importante.

L’ articolo giunge a questa conclusione.

UN GIUDIZIO CONCLUSIVO

Per essere considerata come un esercizio coerente con i principi della legge n.42 di attuazione del federalismo, voluta dal Governo Lega-PdL e approvata nel 2009, la proposta della macro-regione del nord dovrebbe  associare maggiori risorse a più consistenti responsabilità di spesa. Se si prendesse a riferimento la soglia del 75% dei gettiti locali, la nuova entità dovrebbe però dilatare i propri poteri a tutta la sfera dell’intervento statale, autoescludendosi al contempo da ogni forma di solidarietà nei confronti del resto del Paese. Otre che irrealistico, l’esercizio è chiaramente contrario alla normativa voluta da chi ora avanza la proposta. E, in questo senso, la richiesta ha solo il sapore di una semplice rivendicazione di maggiori disponibilità, senza alcuna contropartita:  il 75% è una percentuale “da campagna elettorale”, priva di fondamento economico-finanziario.

Partendo dai dati, arriviamo a considerazioni differenti. Non tanto sul fatto che la proposta sia priva di fondamento. economico-finanziario. Quanto che è necessario rivedere le logiche dei trasferimenti.

1) La questione del nord e la storica questione meridionale devono essere affrontate molto attentamente, perchè sono un punto nodale di tutta la nostra storia, di un modo di vedere lo stato e di agire sullo sviluppo.

autoescludendosi al contempo da ogni forma di solidarietà nei confronti del resto del Paese

Su questa frase si sono basati i grandi disastri del nostro Paese, l’ arricchimento delle mafie, la diffusione della criminalità.

Il punto vero è che lo sviluppo non si può creare con l’ assistenzialismo. Il passo fra solidarietà ed assistenzialismo è breve e storicamente dimostrato.

Uno sviluppo vero non può che partire dallo sviluppo del sud basato non su assistenzialismo, ma su vera crescita. Basata su turismo, business culturale, business dell’ agroalimentare ed anche nuove tecnologie.

Il Sud ha enormi potenzialità e non possiamo lasciare ai localismi un suo rilancio o degrado.

2) E’ possibile, in maniera trasparente, evidenziare un contributo di solidarietà. Una percentuale dei trasferimenti orientati ad un livellamento delle differenze di ricchezza.

Il problema è che nella attuale configurazione economica, questo non si può discostare molto da qualche percentuale di quanto trasferito.

Non si può passare da un 35% ad un 110%, come indicato in tabella.  Il rischio è drenare risorse a tutti, ed uccidere lo sviluppo.

Non concentriamoci sul dibattino Nord – Sud. Se prendiamo il caso Lombardia e lo confrontiamo con quello del Friuli Venezia Giulia, è evidente il fatto che c’ è una forte differenza fra quanto versato e quanto ripreso indietro. Le percentuali sono troppo sproporzionate. Al di là del concetto di solidarietà, il tutto appare non equo.

Inoltre i trasferimenti, si innestano in un utilizzo delle risorse non ottimizzato o sprecone.

3) Ci sono dati che aggravano ulteriormente la situazione.

a) l’ evasione fiscale che anche l’ Agenzia delle Entrate pone maggiore nel sud, piuttosto che al nord. Quindi la cosidetta solidarietà è duplice. Maggiori trasferimenti statali e maggiori evasioni fiscali.

b) la spesa centrale è ipotizzabile che sia più alta nel Lazio.

c) Supponendo che Emilia Romagna e Toscana siano in situazioni simili a quelle del Piemento o del Veneto, arriviamo ad indicare il rapporto spese/entrate di alcune regioni del sud in maniera assolutamente sproporzionato.

Il federalismo equo e solidale, passa da una politica dei trasferimenti che dia maggiori responsabilità a chi detiene la spesa pubblica.

4) Il modello dei trasferimenti statali, funzionava prima dell’ Euro e della globalizzazione.

Il nord (industriale) tramite lo Stato, trasferiva al Sud (a debito) una grande fetta di denaro, che poi veniva consumato in prodotti (del nord) in una simbiosi perfetta. Il tutto a debito ed, ai suoi tempi, battendo moneta.

Il modello è andato in crisi con l’ Euro ma ancora di più con la globalizzazione (o forse per la combinazione dei due fenomeni). Il Sud consumatore non esiste più e le aziende del Nord non riescono più a subire un drenaggio che dipende da un modello che non è più sostenibile con le attuali condizioni.

E’ un errore strategico lasciare a certi partiti il problema del rapporto fra equità nella distribuzione dei trasferimenti Stato – Regioni. Radicalizzando le problematiche, non possono che sorgere proposte sempre più populiste con slogan elettorali che parlano alla pancia del popolo.

Si potrebbe :

1) Equilibrare i trasferimenti diminuendo gradualmente (in circa 10 anni) le differenze (naturalmente se si alza ad una regione, è necessario recuperare da un’ altra regione).

2) Definire un contributo di solidarietà che sia effettivamente ben identificato e contabilmente tracciabile.

3) Fare in modo che il contributo non vada in trasferimenti, ma in maggiori sgravi per chi investe tenendo nella regione disagiata. Basando gli sgravi su driver sociali opportuni (maggiore occupazione, esportazioni, ecc. ecc.).

4) Purtroppo se una regione funziona con x dipendenti ogni 1.000.000 di abitanti, la regione più disagiata deve avere x dipendenti ogni 1.000.000 di abitanti e non quattro o 10 volte tanto. Tutto questo coinvolge i sindacati.

Alcune cose si sono fatte. Altre sono da fare.

Lo sviluppo parte dall’ efficienza. Il modello dei trasferimenti ha dimostrato storicamente che le differenze sono sempre aumentate nonostante grosse disparità nei trasferimenti.

Lo sviluppo parte da Giustizia, cultura, disponibilità ad investire, interesse ad investire.

Le poche risorse, dovrebbero essere investite non in finanziamenti a priori, ma in sgravi a posteriori.

Sperando che ancora una volta, la questione meridionale non sia la questione del secolo che verrà.

 

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